Abu Simbel
Il tempio che il mondo si rifiutò di perdere
Ci sono luoghi che raccontano la storia. E poi ci sono luoghi che sembrano aver deciso di sfidarla. Abu Simbel, nel profondo sud dell’Egitto, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Basta osservare le quattro colossali statue di Ramses II, alte oltre venti metri, scolpite direttamente nella montagna, per capire che non ci si trova davanti a un semplice tempio. È un’opera pensata per impressionare chiunque vi si trovasse davanti, ieri come oggi.
Ma il dettaglio più sorprendente non è la sua imponenza.
Pochi sanno infatti che il monumento che oggi domina le rive del lago Nasser non si trova nel punto in cui fu costruito oltre 3.200 anni fa. Negli anni Sessanta, con la realizzazione della diga di Assuan, Abu Simbel rischiava infatti di scomparire per sempre sotto le acque.
Fu allora che prese vita una delle imprese di ingegneria e archeologia più incredibili del Novecento: il complesso venne tagliato in oltre mille enormi blocchi, numerati uno a uno, trasferiti decine di metri più in alto e ricomposti con una precisione quasi chirurgica. Un gigantesco puzzle di pietra che ha richiesto anni di lavoro e la collaborazione di tecnici provenienti da tutto il mondo.
È come se un’intera montagna fosse stata smontata e ricostruita senza perdere la propria anima.
Eppure i misteri non finiscono qui.
Due volte all’anno, un fenomeno continua a lasciare senza parole studiosi e visitatori. All’alba del 22 febbraio e del 22 ottobre, i raggi del sole attraversano il lungo corridoio del Grande Tempio illuminando, uno dopo l’altro, le statue degli dei e quella di Ramses II seduto sul trono. Tutto avviene in pochi minuti, come previsto dagli antichi architetti migliaia di anni fa.
L’unica figura che rimane volutamente nell’ombra è Ptah, il dio associato agli inferi e al mondo sotterraneo. Una scelta simbolica che ancora oggi dimostra l’incredibile conoscenza astronomica degli antichi Egizi.
Accanto al Grande Tempio si trova un secondo santuario, dedicato alla regina Nefertari e alla dea Hathor. Anche questo custodisce una particolarità rara: le statue della regina sono alte quanto quelle del faraone. Un privilegio quasi unico nell’arte egizia, dove il sovrano era quasi sempre rappresentato con dimensioni nettamente superiori rispetto agli altri.
Forse è proprio questo il fascino di Abu Simbel. Prima per ciò che gli Egizi furono capaci di realizzare oltre tre millenni fa. Poi per ciò che l’uomo moderno è riuscito a fare pur di salvarlo.