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Camminando sui sentieri di Gesù: un racconto del trekking biblico in Terra Santa 23.07-31.07.18

Un bellissimo racconto per immagini, storie e riflessioni del trekking svoltosi dal 23 al 31 luglio 2018 guidato da Francesco Gallo.

“Sulle orme di Gesù” a Gerusalemme ha un significato denso e vero. Puoi proprio mettere i piedi dove li ha messi lui, sia dove è storicamente provato, sia dove è solo una questione di “si dice”. Lo segui passo passo Gesù. E che tu creda o no, ciò che Lui ha significato per la storia dell’uomo e per la tua personale ti si para davanti in tutta la sua immensità.

testi, immagini e riprese video © Dario Corradino, capogruppo.

Premessa

Non è un diario. Non è un racconto. Diciamo che è una raccolta di appunti e impressioni. Il tentativo di fissare un po’ di concetti di un’avventura straordinaria, condivisa in Rete con le persone che ho portato nel cuore in Israele e con chi ha ritenuto di seguire da lontano i passi e le giornate di quell’allegro plotone in cammino in Terra Santa del quale sono felice di avere fatto parte. Ho cercato di fissare, in qualche modo, usando il cellulare e i ritagli di tempo, alcuni momenti di un mirabile disegno, ideato da Francesco Gallo. Un itinerario che ci ha portati davvero sulle orme di Gesù. Non solo per quello che abbiamo visto e sentito, ma per il grande respiro di questa terra. Passo dopo passo, sasso dopo sasso, le nostre fatiche e il nostro sudore sono stati ricompensati da qualcosa di splendente che ogni giorno si accendeva nei nostri occhi e nel nostro cuore. Qualcosa che Francesco ci ha aiutato a trovare. Qualcosa che forse solo chi si mette in cammino può percepire. Perché il tempo e i luoghi si leggono meglio se si comprende il loro linguaggio antico e paziente. E il modo migliore per sentire il loro racconto è camminare. E ascoltare.

…in quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: ascolta, Israele…”

Partenza, 22 luglio

Domenica sera, 22 luglio. Questa volta, a Est. Riparto domani all’alba. Verso una terra che i secoli hanno ricoperto di sangue e di sanità, dove è potente quanto inascoltata, la voce di Dio. Del Dio unico delle grandi religioni monoteiste. Il Dio degli Ebrei, dei Cristiani, dei Musulmani. Siamo una ventina, e cammineremo su quelle antiche pietre, lungo quei sentieri e quelle strade millenarie. Sulle orme di Gesù. Dove ci porteranno i nostri passi? Che cosa vedremo? Nazareth, dove tutto cominciò, Cana villaggio del primo miracolo, i Corni di Hattin dove finirino i regni cristiani, la drusa Nby Shu’ayb, Migdal che diede i natali a Maria Maddalena, da Monte Arbel contempleremo il Mar di Galilea, e saremo a Cafarnao dove iniziò la predicazione di Gesù, a Tabgha dove moltiplicò i pani ed i pesci, al Monte delle Beatitudini e sul Tabor, quello della Trasfigurazione, e poi ancora nel deserto, a Gerico, al Lago di Tiberiade con tutte le sue narrazioni, vedremo Betlemme e la grotta della Natività. E infine Gerusalemme e i suoi cento luoghi santi. E tutto intorno a noi avremo secoli di storia e dolore, preghiere e sangue, di fede e ferocia. Perché l’uomo è fatto così. Sempre pronto a scannarsi per difendere chi predica l’Amore, più restio ad applicare nella vita di tutti i giorni questi insegnamenti. Speriamo che, almeno a noi, tutto ciò possa servire a qualcosa, perché le lezioni, per quanto meravigliose, hanno sempre risvolti amari e, per quanto amare, hanno sempre risvolti meravigliosi.

Chi accresce la sua scienza, accresce il suo dolore (Ecclesiaste, I,18)

Armageddon

Visto dall’autostrada che da Tel Aviv porta in Galilea non sembra un gran che. E’ una collinetta. Bassa. Sul fianco occidentale di una catena di alture che culminano nel Monte Carmelo. Dal punto di vista storico e biblico invece… Gli scavi archeologici confermano che la zona di Megiddo era abitata dal 7000 avanti Cristo.

Quindici secoli prima della nascita di Gesù fu teatro della prima battaglia storicamente documentata tra le armate del faraone egizio e una coalizione cananea. Quella fu solo la prima di una lunga serie di grandi battaglie, l’ultima delle quali, quella del 1918, vide gli inglesi contrapposti agli ottomani. L’ultima? In realtà, nell’Apocalisse, si cita Armagheddon, cioè il monte di Megiddo, come luogo della battaglia finale del mondo. Tanta roba per una collinetta. Ma questa è una terra piena di Storia. Cominciamo l’indigestione…

 

“Grazie”

Al Convento delle Sorelle di Nazareth ti accolgono con una bibita fresca. Il ragazzo che porge il vassoio ci sorride e la suora incaricata dell’accoglienza, che parla perfettamente italiano, ci offre il suo benvenuto qui, a due passi da dove, secondo la tradizione cristiana, a una giovane ebrea di nome Maria un angelo annunciò un evento destinato a mutare la storia dell’umanità. A un gesto gentile la risposta è un ringraziamento.
– Sorella come si dice “grazie” qui?
– Qui si dice “shukran”, ma di là si dice “toda”.
La suora ha riassunto così una questione delicata, quella della convivenza tra ebrei e arabi israeliani. Nazareth è la capitale araba della Galilea. Qui il rapporto tra arabi ed ebrei è di sette a tre. Il “qui” della suora è riferito alle aree arabe, il “là” a quelle ebraiche. La basilica e il convento si trovano in un’area a forte prevalenza araba. Il ragazzo che ci porge da bere è palestinese. E cristiano. “Grazie” nella sua lingua si dice “shukran”. Se fosse ebreo dovremmo dirgli “toda”. Ma come si fa a distinguere un ragazzo ebreo da uno arabo senza offendere nessuno? La suora annuisce e ci aiuta a non sbagliare: “Ringrazi come sa!”. Allora sorridiamo, giungiamo le mani e diciamo: “Grazie!”. Il ragazzo ricambia il sorriso. L’avrebbe fatto fatto anche se fosse stato ebreo. Quando anche le parole dividono, un gesto può aiutare.

Maroniti

Padre Joseph è un sacerdote maronita, parroco della chiesa dell’Annunciazione. “Ma qui a Nazareth tutte le chiese sono dedicate all’Annunciazione: quelle cattoliche, quelle ortodosse, quelle protestanti: che cos’altro si poteva celebrare qui?” dice. I maroniti sono cattolici. I vescovi nominano il loro Patriarca, che viene confermato dal Papa e di solito è cardinale. Perseguitati da tutti, martirizzati da tutti nei secoli, i maroniti si sono sempre mantenuti fedeli a Roma. Padre Joseph ci racconta la storia della sua chiesa e ci spiega che loro la consacrazione del pane e del vino la fanno in aramaico, l’antica lingua di Gesù. E ci fa sentire quelle parole, così come sarebbero risuonate nel Cenacolo. Suoni antichi, armoniosi e potenti. Un’emozione collettiva.

 

 

I Corni di Hattin

Spesso è in posti anonimi che si fa la Storia. I Corni di Hattin sono quel che resta di un antico vulcano. Alture riarse dal sole dalle quali si intravvede il Lago di Tiberiade, o Mar di Galilea, come qualcuno lo chiama. Ma qui, proprio qui, i cristiani persero la Terra Santa, qu

asi novecento anni fa. Il 4 luglio 1187 Saladino vinse la battaglia che gli avrebbe poi consegnato Gerusalemme, il cui controllo non tornò ai cristiani, né nella Terza Crociata, quella dei Re, né ovviamente nella Quarta, con tutto il casino che i crociati combinarono a Costantinopoli. E neppure nelle successive. Ma questa è un’altra storia. Quella della battaglia l’ho riletta da poco su un testo fondamentale: la Storia delle Crociate del Runciman. Se vi interessa, vi faccio un bignamino.

Ad Hattin per i crociati fu una vera disfatta, ma in fondo un po’ se la cercarono. Innanzitutto lottavano fra di loro per il controllo del territorio dopo la morte de giovane re lebbroso Baldovino IV (un tipo lungimirante, che riusciva a mantenere buoni rapporti con i molti turbolenti vicini di casa). In secondo luogo riuscirono a rompere il solido trattato di pace con Saladino, grazie a Rinaldo di Chatillon, un tremendista che sferrava continui attacchi contro le carovane musulmane, depredando sia quelle cariche di prodotti commerciali sia quelle di pellegrini diretti alla Mecca. E infine c’è da segnalare la totale incapacità strategica nel condurre la battaglia ad Hattin da parte dei tre “condottieri” cristiani: Guido di Lusignano re di Gerusalemme, Rinaldo di Chatillon, e Raimondo III da Tripoli. Dall’altra parte c’era Saladino, sultano che aveva rafforzato il suo potere e l’unità politica e militare attorno a sé con il controllo dell’Egitto, di Damasco, Aleppo e Mosul. Il Saladino. Feroce, sì, ma anche tollerante e leale, al punto che, nella Divina Commedia, Dante lo mette nel limbo, fra colore che in terra non si sono macchiati di colpe particolari, anzi hanno condotto una vita virtuosa, ma che non sono stati battezzati. Segno che il Tizio (il Saladino, non Dante) si era fatto una buona fama anche in campo avverso. Ma torniamo ad Hattin e a quel luglio 1187. Rotta la tregua da parte crociata, Saladino con uno stratagemma assediò Tiberiade allo scopo di fare scendere l’esercito crociato dal Nord e dare battaglia in campo aperto, cosa per lui più conveniente data la consistenza e la composizione della sua armata. Le cronache forniscono cifre assurde sulla dimensione degli eserciti che si fronteggiarono, indubbiamente fra i maggiori mai messi in campo dalle due fazioni. Attente stime comunque valutano in 15 mila i cristiani (tra i quali Templari, Ospitalieri, ordini religiosi, mercenari e pellegrini) contro il 18 mila musulmani. I crociati da Acri passarono per Zippori, Mash’Had e dopo sei ore di cammino sotto il sole cocente giunsero al Monte Tur’an. Pur essendoci qui la possibilità di rifornirsi di acqua, Guido ne impedì la sosta: voleva raggiungere prima possibile Tiberiade assediata. Provati dalla sete e dalla calura estiva, i crociati deviarono ai corni di Hattin, ma Saladino, prevedendolo, li accerchiò e poi in pratica lo annientò. Allora gli ultimi cavalieri cessarono di combattere. In circa 6 ore, dalle 9 di mattina alle 3 di pomeriggio, l’esercito del Regno aveva cessato di esistere. Il Re fu preso prigioniero, e per la sua libertà dovette garantire la consegna di Ascalona. Tuttavia la città non si arrese, e quando Guido di Lusignano ordinò la resa fu insultato dai difensori. Rinaldo di Chatillon venne invece ucciso da Saladino, che volle punirne personalmente “la perfidia e l’insolenza”. Raimondo di Tripoli morì prigioniero pochi mesi dopo. Il vescovo di Acri che portava la Reliquia della Santa Croce fu ucciso nella battaglia (e della reliquia non si seppe più nulla). Tra coloro che sopravvissero i nobili vennero rispettati e alloggiati convenientemente a Damasco. I poveracci furono venduti come schiavi. E i Cavalieri degli Ordini religiosi vennero passati per le armi. Dopo tre mesi Saladino entrò trionfante a Gerusalemme. Il massacro di Hattin sconvolse i governi europei e spinse Papa Gregorio VII con la bolla Audita Tremendi a dare l’avvio alla Terza Crociata. La Crociata dei Re. Ma Gerusalemme non venne riconquistata.

Drusi

La loro bandiera ha cinque colori: il bianco della purezza, il blu del cielo e del mare, il rosso del cuore e del sangue, il giallo della fiamma, il verde della natura. Il loro santuario più importante è ai piedi dei Corni di Hattin. Ospita la tomba di Jethro, suocero di Mosè e – secondo i Drusi – il vero depositario e la vera fonte della sua conoscenza. La conoscenza è tutto per i Drusi. La si acquisisce attraverso una lunga serie di reincarnazioni. Drusi si nasce, non si può diventare. E’ come una setta chiusa, che custodisce con attenzione i suoi misteri. In tutto sono duecentomila, ben integrati nelle varie comunità. Affidabili, preparati, influenti, dispongono di una élite di sapienti nella quale un druso “normale” può entrare a far parte solo dopo un difficilissimo esame, che si può dare una sola volta. No problem, ha le prossime reincarnazioni a disposizione.

 

Da Nazareth

E Natanaele gli disse: “Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?” Filippo gli rispose: “Vieni a vedere” – Giovanni 1,46

Francesco, la nostra bravissima guida, in un giardino di Cana ci ha letto questo brano del Vangelo. E le parole che poi aggiunse Gesù. Ce l’ha letto al termine della nostra camminata, visto che da Nazareth venivamo noi. E ciascuno di noi si può porre la stessa domanda. Con me che vengo da Nazareth, che cosa può venire di buono? E’ la domanda eterna, che ognuno si dovrebbe porre, giorno dopo giorno, per tutta la vita.

 

 

Magdala

Migdal significa “torre”. E’ la città di Maria Maddalena e (allora) era una città grande: 40 mila abitanti. Recenti scavi archeologici hanno riportato alla luce un’antica sinagoga, risalente al primo secolo, e una pietra sulla quale è raffigurata una menorah, il candelabro a sette bracci che rievocherebbe il roveto ardente, il cespuglio in fiamme che non si consumava dal quale Dio parlò a Mosè. Accanto agli scavi una chiesa moderna e suggestiva, con l’altare a forma di barca e una grande vetrata rivolta sul Mar di Galilea, il grande specchio d’acqua teatro di tanti miracoli di Gesù, luogo dove “pescò” i primi apostoli: Pietro, Giovanni, Giacomo… La chiesa è dedicata alle donne, e nell’atrio, oltre al fonte battesimale, ci sono colonne che ricordano numerose Sante. Una colonna però è priva di iscrizioni, in omaggio a tutte le sante donne sconosciute che hanno costellato la vita di questo pianeta. Nella cripta della chiesa di Magdala c’è un bellissimo quadro dedicato all’episodio dell’emorroissa, la donna che perdeva sangue, che cristallizza in un’immagina da una parte la potenza della fede e dall’altra quella miracolosa e divina. L’accaduto lo lasciamo raccontare al Vangelo.

 

L’inizio

Il nostro tempo cominciò qui. In questa grotta dove abitava una ragazza di nome Maria. Nazareth era un grande sistema di abitazioni in parte in muratura in parte ricavate in grotte. E che questa fosse proprio quella di Maria è provato da una serie di riscontri storici e documentali. Qui l’Annunciazione, qui l’Incarnazione, il grande mistero. “E Verbum caro factum est”. E il Verbo si fece carne. Contiamo il nostro tempo da quel giorno. Abbiamo diviso la Storia in Aventi e Dopo Cristo. E camminare in questa basilica dell’Annunciazione, a Nazareth, l’ultima di una serie di chiese stratificate l’una sull’altra, è come camminare sul crinale del tempo. Se ne avverte la vertigine degli anni e la semplicità del messaggio che attraversa le ere.

 

 

La fonte

Ci sono molti vangeli che sono rimasti fuori dal Canone cristiano, ma che sono ben noti alla Chiesa e che rappresentano comunque interessanti testimonianze. Il protovangelo di san Giacomo (vebbè, ho fatto 8 volte il Cammino, posso esimermi dal citarlo?) racconta un singolare episodio legato all’Annunciazione: Maria sente la voce dell’Angelo mentre si trova non lontano dalla casa di Maria. La sorgente che la rifornisce zampilla ancora, all’interno della chiesa ortodossa di San Gabriele dell’Annunciazione.

 

 

La tomba del Giusto

Miriam è di Cuneo. Studia a Brera. E fa la volontaria a Nazareth. Fino a questo autunno. Il suo nome è di origine ebraica: in italiano la traduzione è Maria. Miriam aiuta le suore nelle visite dei pellegrini a uno dei tanti misteri di questi posti: la tomba del Giusto. Giusto è colui che aggiusta la sua volontà per farla coincidere con ciò che è giusto, con il volere di Dio”. Sotto il convento che ci ospita una lunga campagna di scavi ha portato alla scoperta dei resti di una casa del I secolo, sotto la quale si trova una tomba di epoca erodiana, un sepolcro di quelli chiusi con una pietra rotonda. Non ci sono prove storiche, solo molti indizi, ma la lunga storia di queste pietre porta a pensare che il Giusto che qui venne sepolto, in una villaggio che poteva contare duecento anime, in una tomba di cui la gente conservò memoria per secoli, fosse San Giuseppe. La storia del ritrovamento è lunga e bellissima. Miriam ce la racconta con voce serena, senza forzare su interpretazioni, solo fornendoci notizie storiche. “Per il resto, le pietre parlano. Ciascuno le può ascoltare”. Ma perché, Miriam, le suore non pubblicizzano questo luogo affascinante? E perché tu sei venuta qui? Le risposte sono le stesse: “Per amore della vita nascosta. Perché chi vuole trovare questo posto lo trova. Perché lo straordinario ci accade ogni giorno”. Mentre parla c’è qualcosa che brilla negli occhi di questa ragazza di poco più di venti anni. Miriam, ti auguro che continui a risplendere. A lungo. Se possibile, per tutta la vita.

Sull’Arbel

Il Monte Arbel è alto 181 metri sul livello del mare. Ma se lo si misura dal livello della piana sottostante è alto 380 metri. Perché qui, al Lago di Tiberiade, siamo a 200 metri sotto il livello del mare, all’inizio di quella lunga depressione che culminerà più a sud nel Mar Morto, che è a 800 metri sotto il livello del mare. Su questo monte si rifugiavano  storicamente i ribelli, come testimoniano le numerose grotte e gallerie scavate nella roccia. Erode per stanarli faceva calare dall’alto i suoi soldati in grandi ceste dalle quali scagliavano frecce e con lunghi ganci agganciavano qualche malcapitato facendolo precipitare. Noi il Monte Arbel l’abbiamo percorso in discesa, incrociando un numeroso quanto coraggioso gruppo di studentesse israeliane che risalivano il nostro stesso sentiero, lungo la grande spaccatura della faglia, madre di tanti terremoti in questa zona.

 

Tabgha

Tabgha è un nome poco noto, ma è proprio qui che sono avvenuti alcuni dei più celebri miracoli di Gesù: la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la pesca miracolosa, Gesù che cammina sulle acque, la riconferma di Pietro dopo la Resurrezione. I Vangeli non citano il luogo ma il luogo è questo. E in ebraico uno dei nomi di Dio significa anche “luogo”. Perché Dio è il luogo del mondo.

I miracoli e il Nilo

La moltiplicazione dei pani e dei pesci (che in qualche modo prefigura l’Eucarestia) è uno dei miracoli importanti, riportati dai quattro Vangeli canonici. Si può leggere l’episodio nel Vangelo di Matteo 15-21. Anche questo miracolo avvenne a Tabgha, accanto al lago di Tiberiade, ed è ricordato in una chiesa di Benedettini tedeschi, che ospita due cose degne di nota. La prima, sotto l’altare, è la pietra sulla quale sarebbero state portate a Gesù le ceste con i pani e con i pesci. La seconda è un mosaico molto suggestivo nel quale compaiono due elementi: un nilometro (uno strumento misuratore delle piene del Nilo) e gli ibis. Che ci fanno due “cose” egiziane in un mosaico in Galilea? Siamo nella zona delle sette fonti (che poi nei testi antichi sette vuol dire tante, innumerevoli cose, è un numero-simbolo, come quaranta). E un’antica credenza sostiene che Nilo e lago di Tiberiade siano collegati in qualche modo perché ci sono pesci che si trovano solo in questi due posti. Un altro (piccolo) mistero di questi luoghi.

Beatitudini

Egeria fu una delle prime pellegrine che lasciò la testimonianza scritta del suo viaggio in Terra Santa. A proposito del discorso delle Beatitudini, scrisse che Gesù parlò in un punto panoramico e che quel punto si trovava sopra ad una grotta. L’attuale chiesa delle Beatitudini si trova in mezzo ad un giardino fresco e sereno, ma non c’è traccia di grotta. Quella vecchia, rasa al suolo dagli israeliani per far passare una strada, pare che una grotta l’avesse. Noi però ci siamo fermati in questo punto, sotto il quale la grotta c’è. E ci sono tornate in mente subito le Beatitudini e il loro straordinario augurio. E abbiamo pensato che proprio qui, su queste pietre, poteva aver parlato Gesù. Potenza dei luoghi e delle loro suggestioni.

Il lago

Ha tanti nomi: lago di Tiberiade, di Genesaret, di Kinneret, Mar di Galilea. Attraversato dal Giordano, è stato il principale teatro della predicazione di Gesù. Ogni pietra parla di lui. Di lui e dei suoi discepoli: Pietro e suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni, figli di Zebedeo. Tutti e quattro pescatori. E poi Matteo, esattore delle tasse, che proprio qui sul lago svolgeva la sua attività. Vivevano in questi paesi, seguivano il loro maestro, ne testimoniarono la vita, i miracoli, l’essenza unica. E lo fecero a prezzo della loro stessa vita. Le pietre raccontano. Ma lo anche l’acqua, tiepida e calma, di questo lago. La sua voce è la stessa di allora, uguali le onde e i colori, i riflessi e i profumi. Più delle pietre erose dal tempo di monumenti di antica bellezza, quell’acqua testimonia con la serenità del posto una vicenda straordinaria che cambiò la storia. Potenza delle cose semplici.

L’hotel

Sul tetto del nostro albergo a Gerusalemme c’è un piccolo bar e un grande spettacolo: una vista strepitosa sulla città vecchia, le mura, l’oro della Cupola della Roccia. E, stanotte, una suggestione in più: la luna rossa dell’eclissi totale. La magia di una città eterna ci accoglie con tutti i suoi effetti speciali.

Il Tabor

Gebel et-Tur (la “montagna”) è il suo nome in arabo. Il Tabor è un colle isolato, alto circa 600 metri sul livello delle valli circostanti. E come tutte le alture isolate ha in sé un fascino mistico. Qui i vangeli collocano la Trasfigurazione. Gesù porta al Monte i suoi discepoli prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni, e appare loro insieme al profeta Mosè (che rappresenta la Legge) ed Elia (i Profeti). La veste di Gesù è di un candore assoluto, lui sembra emanare luce e – raccontano gli evangelisti – una nube li avvolge e la voce divina proclama che quello è il figlio di Dio. L’ascesa a piedi fino al Santuario è ardua, anche nel bosco, e giunti in cima la pace, l’ombra e il silenzio sottolineano la forte suggestione del posto e degli accadimenti che ad esso sono associati. Anche a Mosè e altri importanti profeti, non solo cristiani, i grandi messaggi sono giunti su un monte. Non per passione alpinistica, bensì per la solennità insita nei luoghi elevati. Ma la lezione che si impara, andando a piedi, è che poi bisogna scendere dal monte e portare tra la gente, nel mondo di tutti i giorni, ciò che si è appreso. Un sapere non condiviso non serve a nulla.

Il deserto

Di prima mattina le ombre si allungano sulla terra sassosa e riarsa del Deserto di Giuda, in Cisgiordania. Nessuna foto può rendere quella sensazione di spazio, antichità e silenzio che si prova all’imbocco del Wadi Qelt, il ungo canyon che porta verso Gerico, percorso più volte a piedi da Gesù e dai suoi discepoli. Camminare su quei sentieri a strapiombo riporta ai tempi lontani, ai primi eremiti, alla nascita del monachesimo poi importato in Occidente da San Benedetto. E quando il sole comincia a picchiare ecco come un miraggio il convento di San Giorgio in Koziba, dove i monaci ortodossi ti accolgono con un po’ di pane bagnato nel vino e un bicchiere di spremuta di melograno. Il monastero risale a sedici secoli fa e fu distrutto e ricostruito più volte. Ne restano testimoni le antiche celle scavate nella roccia, dalle quali pendono le ceste per i rifornimenti. E la ancora più antica grotta di Elia, dove si dice che il profeta rimase tre anni e sei mesi, nutrito dai corvi. Terre bibliche ed evangeliche, intrise di storia. Dalle trombe potenti dell’Antico Testamento, che fecero cadere le mura della vicina Gerico, alle narrazioni evangeliche legate al buon samaritano e a Zaccheo sul sicomoro, fino a episodi come quello di Antonio che regalò per amore la città a Cleopatra, visto che lei andava matta per i balsami che lì si producevano (ma pare che andasse matta anche per Erode e a un certo punto gli restituì le fabbriche di balsamo). Il silenzio del Wadi è interrotto dagli stridii di qualche raro uccello e, all’inizio, dal gorgoglio di una povera fonte, sufficiente però a tenere in vita microscopiche oasi verdi e altrettanto microscopiche economie locali. Ma perché il deserto? Perché meta di santi e profeti? Forse proprio perché non ha nulla da offrire, e nella sua desolata povertà è più facile privarsi del superfluo, comprendere, cos’è davvero il necessario, cercare l’Assoluto. 

Mosaic

Aiutiamoli a casa loro? Eccoci al Gerico Mosaic Center. E’ una struttura nata nel 2002, su iniziativa cattolica. Un progetto no-profit che oggi conta su un bel centro inaugurato da Mattarella nel 2015, che dà lavoro a 25 persone e insegna un’arte antica ai ragazzi in età scolare. Al Mosaic producono mosaici, ma restaurano anche chiese, moschee, pavimenti antichi. Esportano i propri lavori, che realizzano su ordinazione. Mangiamo con loto, le loro cose: verdure, riso, pollo, frutta. Cucina povera, genuina e saporita. Ci rilassiamo nel loro giardino. Qualcuno del gruppo compra qualcosa: un piccolo presepe, un libro, un ricordo. “Paga in euro o in valuta locale? Un attimo, le do la ricevuta”. Se passate da qui, o se vi serve un mosaico, pensate a questi ragazzi.

 

Arrivo a Gerusalemme

L’arrivo a Gerusalemme è pieno di stupore. Scendiamo dal pullman sul Monte degli Ulivi, e ci si apre la visione sulle antiche mura della città, la spianata delle moschee e l’oro della Cupola della Roccia. Subito sotto di noi le pietre squadrate e chiare del grande cimitero ebraico sulla Valle di Josafat. Essere sepolti lì è molto ambito. La tradizione vuole che proprio in questo luogo si terrà il Giudizio Universale. E un posto in prima fila ha il suo “che”. 

Pater Noster

A Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, c’è la Chiesa del Pater Noster, costruita sulle rovine di un’antica chiesa bizantina voluta da Sant’Elena, la madre dell’Imperatore Costantino. Sulle pareti il Padre Nostro è presentato in una serie infinita di lingue e dialetti (compresi sardo, piemontese e milanese). Cercarli è divertente. E’ invece emozionante, per un gruppo di amici, prima di lasciare questo luogo, recitare insieme il Padre Nostro tenendosi per mano.

 

 

 

Getsemani

Ultima tappa del Monte Degli Ulivi è il Gestemani. Gath Shemani significa “frantoio d’olio”. Era una grotta, quella dove Gesù lasciò i discepoli per andare a meditare sulla sua agonia su una pietra tra gli ulivi di un giardino “a un tiro di sasso” da un frantoio. I posti ci sono ancora, potenti nella loro suggestione. La grotta è rimasta praticamente intatta. Ospita un altare, un po’ di sedie. Il giardino a un tiro di sasso è ricolmo di olivi secolari. La pietra sulla quale Gesù pianse e vide tutto ciò che conteneva l’amaro calice che gli era riservato si trova davanti all’altare della chiesa che le è stata costruita intorno. “Sulle orme di Gesù” a Gerusalemme ha un significato denso e vero. Puoi proprio mettere i piedi dove li ha messi lui, sia dove è storicamente provato, sia dove è solo una questione di “si dice”, come la presunta impronta del piede sinistro, l’ultima lasciata sulla Terra, custodita nella cappella dell’Ascensione (che ora si trova su un territorio di proprietà islamica). Lo segui passo passo Gesù. E che tu creda o no, ciò che Lui ha significato per la storia dell’uomo e per la tua personale ti si para davanti in tutta la sua immensità.

Tomba di Maria

La tomba di Maria è vuota, ma quel vuoto, quella piccola sotterranea, quasi spoglia, colpisce diritto al cuore. Una lastra di pietra, e per arrivarci una lunga scalinata che scende nelle viscere di Gerusalemme. E’ quel che ci è rimasto di lei e dei misteri che circondano la vita di una donna dalla vita così semplice da vero cambiato il mondo. 

Il Sepolcro e i nemici

Te l’aspetteresti diversa una Basilica che ospita la roccia sulla quale fu crocifisso Gesù, la pietra dove fu deposto dopo la morte, la lastra di del suo sepolcro dove i discepoli ritrovarono il sudario vuoto. E invece la piazza davanti alla Basilica del Santo Sepolcro è piccola, e la facciata tutt’altro che imponente. In un angolo della piazzetta una grande sfera d’acciaio vuota è pronta ad accogliere eventuali ordigni che venissero scoperti in zona. Il vecchio portale viene chiuso ogni sera alle 21 e riaperto ogni mattina alle 5 da due persone: una manovra la serratura interna, l’altra quella esterna. Piena di contraddizioni, come del resto l’intera Gerusalemme, la Basilica deve dire grazie per la sua esistenza a due fieri avversari del Cristianesimo: l’imperatore Adriano e il califfo Omar. Adriano volle cancellare ogni traccia del culto cristiano, e per far ciò fece costruire proprio lì un tempio romano, consentendo così ai posteri di avere una testimonianza certa sulla localizzazione di quell’area sacra. Omar, quando conquistò la città, rifiutò l’invito del Patriarca cristiano di pregare sulla Tomba di Gesù: “se la mia gente sapesse che ho pregato qui, questa diventerebbe una moschea”. Niente preghiera, chiesa salva. Nella Basilica convivono non proprio fraternamente sei confessioni cristiane in una alternanza di credenze e di ritualità diverse che non aiuta certo a risolvere i problemi e in fondo contribuisce a rendere caotica e confusionaria la gestione di un luogo di culto così importante e sempre affollato di fedeli. Il risultato è una confusione molto mediorientale che un po’ svilisce la sacralità di quel luogo.

Pietre e preghiere

Sono pietre. Custodite in luoghi fisicamente angusti ma spiritualmente immensi. Nella Basilica del Santo Sepolcro milioni di mani si affannano sula pietra della tomba di Gesù, su quella dove venne infissa la croce, su quella dove fu deposto il suo corpo dopo il supplizio. Ogni angolo risuona di canti e preghiere che risplendono in cento lingue diverse. E’ difficile concentrarsi. Come sempre quando c’è folla aumenta il nervosismo. La calca, le lunghe attese, l’ansia di guadagnare tempo e centimetri nella coda cancellano assurdamente precetti di fratellanza e amore per il prossimo che proprio qui dovrebbero essere esaltati più che in ogni altro posto. Eppure. Eppure, nonostante tutto, piano piano si capisce che è come nella confusione del mondo e della vita quotidiana, che è l’ennesima prova alla quale è chiamata la fede di ciascuno: la capacità di esistere in mezzo agli altri, di comprendere di poter essere ultimi e non il centro del mondo, di lasciarsi andare in un mare grande per poter ritrovare proprio lì, in quell’apparente caos, la forza di dire grazie. E di pregare.

Tag

I muri parlano, e tengono con sé mille testimonianze. E sui muri delle cripte della Basilica del Santo Sepolcro ce ne sono di suggestive: le croci lasciate dai pellegrini di mille anni fa. Nei secoli il vandalismo umano è poi passato ai cuori trafitti di amori eterni e quindi ai graffiti con la vernice spray, le “tag” e i lucchetti agganciati alle grate. Non so come guarderanno a queste cose fra un migliaio di anni. Ma sono abbastanza convinto che anche allora preferiranno di gran lunga le piccole croci sui muri delle cripte.

 

 

San Giacomo

San Giacomo degli Armeni. Qui per me si chiude un cerchio. Qui è custodita la testa di San Giacomo il Maggiore, che venne martirizzato a Gerusalemme dov’era accordo con altri apostoli al capezzale della Madonna morente. Il suo corpo fu portato dai discepoli fino in Galizia. Verso il suo sepolcro finale, sul Cammino di Santiago, ho marciato 8 volte. Ora, qui, dall’altra parte del Mediterraneo, posso rendere omaggio anche al resto del suo corpo.

 

L’angolo

Gerusalemme è piena di pietre parlanti. Alcune vere, altre finte, altre meno. Quella di cui sto per scrivere è davvero straordinaria quanto poco conosciuta. Francesco, la nostra guida, ci porta nella chiesa russa, a poche decine di metri dal Golgota. Scendiamo le scale fino al livello dell’antica strada percorsa da Gesù con la croce sulle spalle. Arriviamo all’arco della cruna dell’ago, attraversato da una stretta apertura nella quale qualcuno di infila ricordando “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago…”. Ma Francesco ci fa notare quel che è sotto gli occhi di tutti e certamente pochi notano: Gesù passa sotto quell’arco e, girato l’angolo, vede il Golgota e il suo destino. Tra poco lo inchioderanno alla croce e tutto si compirà. Ecco: là per terra ci sono le pietre che han  visto i suoi ultimi passi, la sua ultima svolta. Lì più sicuramente che altrove Gesù ha posato i suoi passi. E credo non sia un caso che siano semplicemente lì, a rende anonima e muta testimonianza da duemila anni. Storia e verità non hanno bisogno di sfarzo.

Il pellicano

Uno dei giochi preferiti dei vari conquistatori di Gerusalemme era quello di cancellare per quanto possibile ogni traccia dei culti “nemici”. E così la città santa di tre religioni è piena di mescolanze, di tracce, di credenze spesso non documentabili. E allora bisogna lavorare di indizi. Del Cenacolo, ad esempio, sappiamo quel che dice il Vangelo: una grande sala al primo piano, che ospitò l’Ultima Cena, ceduta in uso a Gesù e ai suoi apostoli. Ma la grande sala che oggi si visita è davvero il Cenacolo? Fu trasformata in moschea, ospitò chissà quanti culti, oggi è in mano agli ebrei che – al piano di sotto – hanno realizzato una sinagoga su quella che dovrebbe essere la tomba di Re David. Ma c’è un indizio che i cancellatori del passato trascurarono: un capitello, che a loro dovette sembrare solo decorato con uccelli, ma che invece rivela l’omaggio della Chiesa dei primi secoli a Gesù. Ogni tanto (per fortuna) anche chi vuole cancellare la Storia inciampa sulla propria ignoranza. 

 

Acustica crociata

Nella chiesa di Sant’Anna di Gerusalemme l’acustica è grandiosa. Costruita dai crociati sul luogo natale della madre della Madonna, è all’inizio della via Dolorosa, che ripercorre tutti i luoghi della passione di Gesù. Al centro della navata l’acustica è perfetta, e spesso capita di imbattersi in cori o gruppi di pellegrini che si esibiscono in qualche canto. A noi è successo con un gruppo giapponese. Due minuti di totale incanto tra le voci di oggi e gli architetti cristiani di mille anni fa.

 

 

“Ismi”

Un passo indietro per parlare dei paradossali effetti degli integralismi, dei formalismi e in generale di tutti gli “ismi” fastidiosi. In questi giorni abbiamo girato la Terra Santa in modo un po’ particolare. Affascinante ma non certo agevole. Camminare sotto il sole per chilometri e chilometri è spesso un’avventura. Ma non sempre la nostra fatica e la nostra rispettosa richiesta di visita sono state accolte proprio senza obiezioni. Capisco il rispetto e il decoro, ma in almeno un caso si è sfiorato il ridicolo. Dopo ore di marcia nel deserto di Giuda, arriviamo al convento greco-ortodosso di San Giorgio. Tiriamo fuori il solito rifornimento di veli e di parei per coprire braccia e gambe e il monaco guardiano ci lascia passare (quasi) tutti. Meno uno, che ha i pantaloni corti. Respinto una prima volta, il nostro ci riprova avvolgendosi dalla vita in giù in un pareo, visto che il guardiano-censore indossava una veste lunga. Respinto per la seconda volta. Allora si avvolge un pareo in ogni gamba a simulare i pantaloni lunghi. Respinto per la terza volta. Scova un paio di fuseau femminili e li indossa sotto gli shorts. Respinto per la quarta volta tra l’iralità generale. Sembrava un cartone animato di Will Cosyote, con il nostro eroe sempre sconfitto dal monaco Bip-bip. Alla fine uno del gruppo completa la visita e gli cede i pantaloni lunghi. E a questo punto il monaco-guardiano è costretto a dire di sì. E il nostro eroe finalmente visita, con immutato rispetto, un convento abitato per secoli da santi straccioni, che nonostante la scarsa igiene e l’abbigliamento certamente più approssimativo del nostro, erano sicuramente benvoluti da Dio. Nella foto, l’ingresso trionfale del nostro ostinato compagno di viaggio.

Il gioco del Re

Ma è davvero qui che flagellarono Gesù? Che lo vestirono di porpora, lo coronarono di spine? Accanto alla fortezza Antonia, dove si tenne il processo romano a Gesù, quello di Pilato, si trova la pavimentazione originale dell’epoca. E visto che le pietre parlano, si trova anche la prova incisa dai legionari romani di questo loro gioco, il “gioco del Re”, la beffarda e crudele presa in giro dei poveracci, che i legionari facevano spesso con i prigionieri e i condannati. La pietra è protetta da un vetro, e porta con sé un’altra tessera della passione.

 

 

Sotto terra

Provate a immaginare di vivere in una città di 2700 anni fa. Quando non avevano ancora inventato neppure il compasso. Bene. Gerusalemme allora era circondata da alte mura in pietra e poteva resistere a duri assedi, ma aveva un punto debole: l’acqua. C’era una ricca sorgente, ma era fuori dalle mura. A risolvere il problema ci pensò un re di nome Ezechia. Fece scavare un tunnel nella roccia per portare l’acqua alla città e nascose la sorgente così bene che non solo i nemici di Gerusalemme ma per secoli i suoi stessi abitanti pensavano che la sorgente fosse all’interno della città, là dove sfociava il tunnel. Quasi mezzo chilometro scavato nella roccia, partendo da due punti diversi per fare in fretta, riuscendo a congiungere i due percorsi con uno scarto quasi impercettibile. Il tutto senza alcuna strumentazione. Questo il progetto che fu miracolosamente realizzato da un re di tre millenni fa. Oggi quel tunnel si può percorrere a piedi, camminando nell’acqua che continua a scorrervi. Una galleria angusta, nella quale si scorgono ancora, passo dopo passo, i segni dei picconi di quegli antichi operai. All’inizio l’acqua è alta una settantina di centimetri, poi arriva alle caviglie. Il tunnel è buio e bisogna portare con sé una torcia. Lo spazio è angusto, claustrofobico. In alcuni tratti si procede chini, in certi punti la larghezza è inferiore ai settanta centimetri. La sensazione è pazzesca: cammini nella Storia e nell’ingegno dell’uomo. E mezzo chilometro, là sotto, diventa una distanza siderale, una marcia ipnotica. Per rinascere, alla fine, nello stupore esaltante dell’avventura.

La serratura

Tutte le sere alle ore 21 e tutte le mattine alle 5 il rito si ripete, alla Basilica del Santo Sepolcro: Un rappresentante delle due famiglie islamiche che custodiscono le chiavi del grande portale appoggia una scala di legno alla porta e sale fino all’altezza della serratura. Lì, attraverso una piccola apertura, si scambia la chiave con il sacerdote incaricato della chiusura interna. Ogni sera, conclusa l’operazione, scende dalla scala e saluta chi è accorso a vedere con un sonoro e banale “Good night!”.

 

 

Business is business

Cammini per chilometri e chilometri in un Wadi e, quando arrivi a Gerico, ti trovi due venditori ambulanti che ti attendono per venderti spremute (fatte al momento) di arancia o melograno, avvisati dai ragazzi che al monastero di San Giorgio cercano di affittare asinelli a chi sale al santuario. Passati noi, i venditori ambulanti caricano baracca e burattini sull’auto e se ne vanno. L’autista del bus fra le prime cose che fa ti porta in un super negozio “dove vendono tutto a prezzi convenienti”. Ti fermi vicino al Mar Morto e arrivano i ragazzi con il cammello per farti fare un giro o delle foto. A Betlemme devi andare in bagno alla Basilica della Natività: inserisci due shekel in una fessura e da dentro si alza un omino e ti apre la porta. Ogni metro un’offerta, una piccola idea commerciale, per fortuna non troppo insistente. Business is business: gli affari sono affari. Qui come in tutto il mondo.

Il cranio e la croce

Spesso sotto i crocifissi è raffigurato un cranio, talvolta bagnato dal sangue di Gesù. L’interpretazione più comune è che rappresenti il Golgota (che appunto significa “cranio”). Ma c’è anche un’altra interpretazione. Secondo alcune tradizioni proprio sotto il Golgota c’è la tomba di Adamo, e il sangue di Gesù sul croce scende su quella tomba a purificare il peccato originale, chiudendo un antichissimo cerchio.

 

 

L’oro in piazza

Nel quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, accanto alla sinagoga, chiusa in un teca di vetro, c’è la riproduzione a grandezza naturale della Menorah del Tempio di Salomone. Quella vera è andata perduta, insieme all’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole della Legge di Mosè, e all’interno, il favoloso tesoro di Re Salomone. Candelabro a sette bracci, simbolo del roveto ardente che le fiamme non consumavano, la finta Menorah è protetta da una gabbia di vetro, per evitare vandalismi e ripararla dalle intemperie. Anche i simboli hanno la loro delicatezza?

 

Jaffa Road

Una strada così c’è in tutte le grandi città del mondo. Pedonale, elegante, viva, piena di musica. Una pianoforte a disposizione dei passanti, un tetto di ombrelli colorati su un tratto di strada, locali colorati e allegri, gente che si diverte fino a tardi. Che c’è di strano? Anche le città sante hanno diritto ad un poco di frivolezza, di modernità, di spensieratezza. Ci sono tantissimi giovani che ridono, scherzano. E poi, qui e là, vedi gli altri giovani, militari e poliziotti, armati e attenti. E ti torna in mente l’altra anima di questa città e di questa terra, quella inquieta da sempre, quella nera e crudele, che da secoli divora ogni speranza di pace.#

 

Il Muro del Pianto

Apparteneva al basamento dell’immenso Tempio di Re Salomone. Ci pregano gli ebrei, maschi, secondo il loro rituale. La parete è alta 19 metri, ma ne sono altri 23 sotto terra, giusto per rendere l’idea della dimensione. Il terreno fu rialzato quando i primi distruttori del Tempio si resero conto che non era possibile né conveniente abbattere anche quelle mura. Raso al suolo due volte, dai Babilonesi e dall’imperatore romano Tito, il Tempio è avvolto da misteri e leggende che difficilmente si potranno chiarire in modo scientifico, visti i saldi divieti religiosi agli scavi e la situazione di stallo che si è creata nei secoli. Al muro pregano gli ebrei, che vorrebbero ricostruire il Tempio. Sopra, sulla spianata della moschee, pregano i musulmani, che per nulla al mondo cederebbero uno dei loro più importanti luoghi santi. E andrà così chissà per quanto: quando c’è di mezzo una questione di fede i compromessi sono sempre difficili. In questo caso, poi, sono davvero impossibili.

 

Al Aqsa

Sulla spianata della moschee la giurisdizione è araba. Meglio: islamica. Gli ebrei hanno il divieto di andarci: i rabbini non vogliono che inavvertitamente pestino il luogo dove si trovava la zona più sacra del tempio. I musulmani bloccano chi non è vestito in modo acconcio, ma fanno posare anche Bibbie e Vangeli. La nostra guida, Francesco, dovrò tornare due volte per recuperare la sua Bibbia con tutte le annotazioni. Su un lato della spianata c’è la la moschea di Al-Aqsa, che significa “la lontana”, perché all’epoca della conquista musulmana era la più lontana dalla Mecca. Sorge proprio dove i Templari avevano eretto il loro quartier generale e dove – si dice – potrebbe essere stato nascosto secoli prima il tesoro del Tempio, che Salomone ordinò al sommo Sacerdote di fare sparire in fretta e furia all’arrivo dei nemici. Visto che nessuno darà mai il permesso di scavare, le ipotesi si sprecano. E c’è chi dice che le conoscenze e le ricchezze dei Templari sarebbero legate al fatto che trovarono proprio loro il tesoro di Salomone. Accanto alla moschea ci sono aree alberate e un grande spazio dove giocano i bambini. Ma è anche qui che, nei momenti di tensione, si concentrano le proteste islamiche. Anna, nostra accompagnatrice, ci racconta che talvolta qualche ebreo viene a farsi un giro sulla spianata, nonostante il divieto rabbinico, e per evitare oltraggi al Tempio cammina solo lungo il perimetro di questa grande area. Quando i musulmani se ne accorgono si avvicinano minacciosi e l’intera spianata risuona di “Allah è grande!”.

La Cupola della Roccia

Non è una moschea, e la sua cupola d’oro è uno dei segni distintivi di Gerusalemme. La copertura dorata venne donata dal padre dell’attuale re di Giordania. Sorge dovesi trovava il Tempio di Salomone, anche se questo era immenso, sette o otto volte più grande. Quel che conta di questa costruzione è quel che custodisce: una roccia, appunto. Che sarebbe quella sulla quale Dio creò Adamo, dove Abramo fu fermato dall’angelo poco prima di sacrificare Isacco (o Ismaele per i musulmani), e infine dove Maometto “atterrò” dopo il suo viaggio in cielo da La Mecca. Potrebbe mai l’Islam rinunciare a un posto del genere? Gli ebrei, da parte loro, proprio lì vorrebbero ricostruire il Tempio. Ma per farlo avrebbero bisogno di un Gran Sacerdote, che dal Monte degli Ulivi identificasse la zona esatta. E il Gran Sacerdote, inoltre, dovrebbe essere eletto dal Sinedrio, ma senza Tempio non c’è Sinedrio, e dunque il progetto un pochino si complica. Ma gli ebrei non intendono certo rinunciarvi. E allora si favoleggia di tunnel sotterranei, di templi forse già in parte ricostruiti nello stesso luogo ma sotto la spianata. Pura fiction, ovviamente, ma…

Natività

Una stella segna il punto dove è nato. In una grotta, che fungeva anche da stalla. A Betlemme come a Nazareth, un paio di millenni fa, la gente viveva in un sistema di abitazioni di questo genere. Gesù appena nato fu deposto in una mangiatoia lì accanto. E su questo punto devo dire mi ha folgorato la riflessione della nostra guida, Francesco Gallo. Gli evangelisti descrivono con poche parole quel momento così fondamentale, atteso da evi, profetizzato in tutte le Sacre Scritture: nacque e fu deposto in una mangiatoia. Nulla di più, nessun ricamo nel testo, nessuna considerazione ulteriore. Ma la mangiatoia, e tutti i richiami successivi fatti da Gesù nella sua predicazione, a nutrirsi del suo corpo, ha un significato altissimo nella religione cristiana: è Dio che si fa cibo per l’uomo, dona se stesso per la “nuova ed eterna alleanza”. E lo fa simbolicamente da subito, da neonato, posto in una mangiatoia. Un altro cerchio che si chiude.

Il muro

E’ tornato di attualità in queste ore per l’espulsione da Israele di due street artist italiani autori di questo dipinto murale. A Betlemme il muro è alto, ma come dappertutto non fisso. Costruito nel 2003 dopo la seconda intifada su impulso di Sharon, la sua possibile movibilità viene interpretata come un messaggio: se volete trattare sui confini, si parte da qui. Il muro resto, gli attentati suicidi non ci sono più, ma i palestinesi fanno ogni giorno estenuanti code ai checkpoint per andare a lavorare in Israele. Passare da lì a piedi, al ritorno dalla Cisgiordania, è un’esperienza illuminante sulle condizioni di vita quotidiane di chi abita qui.

 

Yad Vashem

Lo Yad Vashem è il museo dell’Olocausto. Visitarlo è un’esperienza toccante, difficile da condividere, da raccontare, da rendere con parole o immagini. Gli orrori non vanno mai dimenticati. Ed è da questo concetto che nasce il nome del museo. Da un passo della Bibbia, un versetto di Isaia (56:5): “Ed io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome… (“Yad Vashem”) darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Yad Vasehm; un posto, un nome.

 

 

Ritorno, 31 luglio

I cammini cominciano quando finiscono. Con quello che ti lasciano dentro. Con quello che hai imparato. Con quello che devi ancora capire. La Terrasanta è una grande esperienza in sé. Percorrerla a piedi, sulle orme di Gesù, sulle tracce della Storia, della Bibbia e dei Vangeli è stata un’esplosione di emozioni e di insegnamenti. Ora inizia l’altro pellegrinaggio, quello più complesso, quello dentro al cuore.

 

 

 

Ringraziamenti

Queste pagine sarebbero rimaste decisamente più bianche senza il massiccio, quotidiano, frizzante contributo di Francesco Gallo, nostra guida e infaticabile fornitore di racconti, meditazioni, citazioni. Ho inoltre saccheggiato le straordinarie lezioni di Laura, mia compagna di classe e profonda conoscitrice della storia medievale. Confesso volentieri che le fresche riflessioni di don Emanuele mi hanno offerto spunti per me inediti. Così come le preziose e puntuali informazioni di Daniela e Gigi. Grazie a anche a Miriam, che ci ha accompagnato in un incredibile viaggio sotterraneo nella storia di Nazareth, e ad Anna di FrateSole che ha sacrificato gli ultimi brandelli di voce donandoci con entusiasmo un diffuso sapere su Gerusalemme e Israele e rispondendo pazientemente ad un’incessante mitragliamento di domande. E poi grazie a tutti i miei indimenticabili compagni di viaggio, che mi hanno aiutato quando ero disidratato come un sasso del deserto, che hanno sopportato le mie chiacchierate e i miei sgangherati tentativi di umorismo. Ah! Stato per dimenticare Sara. Sara Fantini di FrateSole, che ha capito cosa sognavo di fare e ha trovato il come e soprattutto il chi per farlo. Grazie.

 

 

 

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