Armenia, un viaggio e una scoperta
Pellegrinaggio tra fede, storia e accoglienza
A metà luglio sono partito per l’Armenia con un gruppo di 32 pellegrini, con il viaggio organizzato dalla Viaggeria Fratesole.
Eravamo partiti con tante aspettative e con il desiderio di conoscere un Paese di cui, almeno personalmente, conoscevo qualche racconto di altri pellegrini e qualche notizia storica. Sette giorni, alla fine, sono volati. Ma sono stati sufficienti per incontrare una terra e soprattutto un popolo che difficilmente dimenticherò.
Abbiamo visitato Yerevan, attraversato montagne e paesaggi bellissimi, siamo stati sulle rive del lago Sevan e abbiamo visitato diversi monasteri. Abbiamo conosciuto il cosiddetto “Vaticano armeno”, centro spirituale della Chiesa Apostolica Armena, e abbiamo avuto la possibilità di conoscere anche la Chiesa Cattolica Armena.
Ma, ripensando al viaggio, mi accorgo che non sono soltanto i luoghi visitati quelli che mi sono rimasti dentro. Sono soprattutto le persone.
Abbiamo avuto la fortuna di essere accolti dalle famiglie e dalle parrocchie armene. E non si è trattato soltanto di un’accoglienza formale. Ci hanno fatto entrare nelle loro case e ci hanno fatto partecipare alla loro vita. Abbiamo fatto il pane insieme e cotto la carne, condividendo così naturalmente, la tavola. Abbiamo ascoltato la loro musica, quella musica scritta e custodita da loro, e abbiamo assistito ai balli tradizionali.
Non eravamo più 32 italiani arrivati da lontano in visita in Armenia. Eravamo semplicemente persone sedute insieme, a preparare il cibo, ad ascoltare musica, a ridere e a stare bene insieme.
Non servono grandi cose. A volte basta mettere le mani nella farina insieme, preparare il pane, cucinare la carne, sedersi a tavola e condividere quello che si ha. Sono momenti semplici, ma che rimangono.
Anche perché abbiamo ricevuto tutto questo da persone che vivono in un Paese che non ha avuto una storia facile. Durante il viaggio abbiamo iniziato a conoscere meglio la storia dell’Armenia e ci siamo resi conto di quanto sia stata dura. Un popolo oppresso e schiacciato per secoli, attraversato da invasioni, guerre e persecuzioni, che ha dovuto lottare per conservare la propria identità. Eppure, incontrando gli armeni, non abbiamo trovato un popolo ripiegato sulle proprie sofferenze. Abbiamo trovato un popolo fiero. Fiero della propria storia, della propria cultura, della propria fede, della propria lingua, della propria appartenenza. Una fierezza che non ci è sembrata arroganza, ma il desiderio di non dimenticare chi si è. Questo aspetto mi ha colpito particolarmente.
Perché insieme alla fierezza abbiamo incontrato anche tanta mitezza. Una mitezza fatta di gesti concreti, di disponibilità, di sorrisi e di attenzione verso chi arrivava da lontano. E più conoscevamo la loro storia, più questa mitezza ci sembra, mi sembrava qualcosa di straordinario.
L’Armenia è un Paese piccolo, stretto tra realtà molto più grandi e interessi geopolitici che spesso non tengono conto della volontà delle persone. Abbiamo percepito la difficoltà di una nazione che cerca di difendere la propria identità e il proprio futuro, senza soccombere sotto il peso degli interessi dei popoli vicini.
Eppure, anche di fronte a questa situazione, abbiamo incontrato persone che continuano a vivere, a lavorare, a pregare, a fare festa, regalando fiori ad ogni occasione possibile.
Forse è proprio questa la forma più concreta della loro resistenza: continuare a essere quello che sono.
Durante il viaggio abbiamo capito che in Armenia la fede non è soltanto qualcosa che si vede nei monasteri e nelle chiese. Abbiamo conosciuto la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica Armena e abbiamo percepito quanto il cristianesimo sia legato alla storia e all’identità di questo popolo. I monasteri, spesso costruiti in luoghi spettacolari e isolati, ci hanno parlato di una fede custodita nel tempo. Ma sono state le comunità che ci hanno accolto a farcela vedere viva.
Per questo oggi penso che il nostro sia stato davvero un pellegrinaggio.
Non abbiamo semplicemente visitato dei luoghi. Abbiamo incontrato delle persone, abbiamo ascoltato la loro storia, abbiamo condiviso la loro tavola, abbiamo pregato, abbiamo cantato, ascoltato la loro musica e visto i loro balli e per qualche momento, ci siamo sentiti parte della loro vita.
Quando sono tornato a casa, mi sono accorto che non portavo con me soltanto le fotografie dei monasteri, delle montagne o del lago Sevan, portavo con me i volti delle persone che ci hanno accolto, portavo il profumo del pane appena fatto, i momenti trascorsi intorno alla tavola, la musica, i balli e la semplicità di chi ci ha aperto la porta della propria casa.
Abbiamo incontrato un popolo che ha sofferto molto, ma che non ha perso la capacità di accogliere.
Un popolo che è stato tante volte messo alla prova, ma che continua a difendere con orgoglio la propria identità. Un popolo che vive in una situazione difficile, ma che cerca di non perdere la speranza. Forse è questo il ricordo più importante che mi porto a casa dall’Armenia.
La consapevolezza che la forza non è sempre quella che fa rumore. A volte la forza è molto più silenziosa, come continuare a pregare, continuare a custodire la propria storia, magari facendo il pane, suonare e ascoltare la musica, ballare…
Sono partito per conoscere l’Armenia, sono tornato a casa con la sensazione che, in quei sette giorni, sia stata l’Armenia a insegnarmi qualcosa.
Fr. Francesco Mazzon