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Le sette piante della Terra d’Israele: l’ulivo

Terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi di olio e di miele. (Dt 8,8)

La Terra promessa è la terra di latte e miele, terra che dona al popolo ciò di cui ha bisogno, terra che nutre, protegge e custodisce. Nella Bibbia il cibo ha un valore simbolico, rappresenta il bisogno dell’uomo di nutrimento, non solo fisiologico ma anche spirituale. Nutrirsi ha un valore di sacralità, preparare il cibo è un rituale e la tavola è il luogo delle relazioni e dei ricordi: a tavola non ci si siede, la tavola la si abita!

Nel nostro penultimo appuntamento vorrei raccontarvi due storie, una antica e una moderna: la prima è narrata nel libro dei Giudici (9, 7-15) ed è una metafora del potere, la seconda è invece una testimonianza contemporanea del popolo ebraico. Entrambe le storie, sebbene lontane e apparentemente disgiunte, sono più vicine di quanto si possa immaginare: infatti, sarà la scelta compiuta nella prima a rendere possibile l’esperienza vissuta nella seconda.

Nel libro dei Giudici si racconta che un giorno il consiglio degli alberi, ritenendo necessario nominare un re, interpellò quegli alberi che fin dalla loro origine erano stati simbolo di prosperità, gioia e ricchezza. Questi risposero con un netto rifiuto: l’ulivo non avrebbe rinunciato all’olio “grazie al quale si onorano dèi e uomini”, il fico alla dolcezza e alla squisitezza del suo frutto, la vite al mosto che “allieta dèi e uomini”. Il consiglio, perplesso, decise allora di rivolgersi al rovo, il quale accettò prontamente, invitando tutti gli alberi a “rifugiarsi” sotto la sua ombra.
Questa storia che ricorda le favole è in realtà un racconto evocativo che trascende il contesto storico nel quale è stato scritto. Il rifiuto dell’ulivo, del fico e della vite a diventare re svela che la vera regalità non è essere serviti e onorati ma servire, custodire e nutrire; essi infatti, ritenendo essenziale mettere i doni ricevuti da Dio a disposizione del creato, non bramano glorie ed onori. Il rovo invece, abituato a vivere da parassita, pur di diventare re si spaccia per qualcos’altro, la sua vanità e la sua presunzione lo portano a immaginarsi alto, rigoglioso e verdicante, tanto che invita gli altri a piegarsi sotto la sua ombra, peraltro inesistente essendo il rovo basso, secco e spinoso.
In questa breve e antica favola è racchiusa tutta la logica del potere che per secoli ha arrovellato filosofi, politici, storici ed economisti! L’ulivo, dunque, rifiutando di andare “ad agitarsi sugli alberi” non cede all’effimera vanità di diventare re e grazie ai suoi frutti continua a svolgere il compito affidatogli.
Il valore di questa scelta diventa reale nella testimonianza di ciò che accadde alcuni millenni dopo in un piccolo kibbutz della Galilea.

Sette olive per un uovo!”. Queste furono le parole che mi disse Pnina in una calda giornata di ottobre, quando mi accolse come membro temporaneo del Kibbutz Heftzibah. La frase risuonava minacciosa e mi faceva intendere che mi aspettavano mesi complicati.
Il Kibbutz che sorge nella valle di Jezreel in Galilea fu fondato nel 1922 quando, dopo la dichiarazione di Balfour del 1917, arrivarono in Israele i chalutzim (pionieri), animati da grandi ideali e da grande spirito di sacrificio. Questi giovani, perseguitati e uccisi dal dilagante antisemitismo europeo, abbandonarono la terra d’origine e, dopo un lungo viaggio, si ritrovarono in un luogo sconosciuto, ostile, inabitabile e infecondo, fatto di rocce e paludi. Tuttavia la fame, il duro lavoro e la malaria non incrinarono la loro grande volontà, resa forte dalla convinzione che i sacrifici e le difficoltà sarebbero stati funzionali ad un bene più grande. Senza mai perdere la speranza lavorarono incessantemente, sfamandosi solo con sette olive, quantità reputata necessaria per raggiungere il valore nutritivo di un uovo. Le olive erano state per loro l’unico sostentamento, l’unica soluzione per continuare ad esistere.
La valle in cui sorge Heftzibah in questo modo è diventata oggi una valle benedetta che ha alle spalle il Monte Gilboa, sulla cui cima è possibile capire perché Il rabbino Resh Lakisch nel Talmud scrisse: «Se il paradiso è in Israele, Bet Shean ne è la porta» : frutteti rigogliosi e carichi di arance e limoni, fiumi e cascate che scintillano alla luce del sole, limpidi stagni nei quali si abbeverano le gru, la bizzarra forma del Monte Tabor, il teatro romano di Beit She An, le rosse montagne della Giordania e le sassose colline della Samaria. Nel 1928, durante gli scavi per la costruzione dei canali di irrigazione, i membri del kibbutz inciamparono in una meraviglia: i resti dell’antica sinagoga di Beit Alpha del VI secolo d.C., il cui pavimento a mosaico, perfettamente conservato, raffigura storie dell’Antico Testamento e vari oggetti appartenenti alla liturgia ebraica (l’arca, la menorah).
In questo luogo incredibile la storia dell’uomo e la natura sono parte di un equilibrio perfetto, strumenti diversi di un’orchestra che suona un’armoniosa melodia.

Gli ulivi non appartengono solo alla storia di Israele, essi infatti sono anche il simbolo del radicamento alla terra del popolo palestinese ed espressione dell’identità stessa della Palestina. Da molte generazioni l’ulivo è parte della vita quotidiana: all’ombra della sua generosa chioma, uomini e donne di tutte le età hanno raccontato storie, si sono riposati dopo il duro lavoro della raccolta, hanno gustato l’olio appena spremuto. L’albero d’ulivo, pertanto, oltre ad essere un simbolo di vita è diventato un simbolo di resistenza pacifica, come si legge nelle belle parole del poeta Mahmoud Darwish “se gli ulivi conoscessero le mani che li hanno coltivati, il loro olio si trasformerebbe in lacrime”.

La ricetta che vi lascio è il “Musakhan”, un piatto di origini libanesi che viene consumato in Cisgiordania per celebrare la fine della raccolta delle olive e del quale vanno ghiotti entrambi i miei figli.

Ricetta del Musakhan

Ingredienti

4 cosce di pollo e 4 sovracosce
4 cipolle
1 bicchiere di olio
Sommaco (quanto basta)
1 limone
Sale
Zaatar

Pita grande e sottile (simile alla piadina)
Mandorle e pinoli

Lasciare circa mezza giornata a marinare i pezzi di pollo in olio, mezzo limone, sale e zaatar (a dire la verità io aggiungo il vino bianco, che non viene tuttavia utilizzato nella ricetta originale).
Tritare una cipolla e soffriggere in qualche cucchiaio d’olio, aggiungere i pezzi di pollo e far rosolare. Quando sono rosolati aggiungere il liquido della marinatura, coprire e lasciar cuocere.
Versare un po’ d’olio in una casseruola e soffriggere le restanti cipolle tagliate a pezzettini. Al termine prendere la pita, versare l’olio di cottura delle cipolle e le cipolle rosolate, adagiarvi la carne con il sugo, cospargere di sommaco e far tostare 5 minuti in forno caldo.
Aggiungere mandorle tritate grossolanamente e pinoli e servire il piatto.

 

articolo e ricetta della nostra collega Francesca Arnstein

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