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Le sette piante della Terra d’Israele: il melograno

Terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi di olio e di miele. (Dt 8,8)

La Terra promessa è la terra di latte e miele, terra che dona al popolo ciò di cui ha bisogno, terra che nutre, protegge e custodisce. Nella Bibbia il cibo ha un valore simbolico, rappresenta il bisogno dell’uomo di nutrimento, non solo fisiologico ma anche spirituale. Nutrirsi ha un valore di sacralità, preparare il cibo è un rituale e la tavola è il luogo delle relazioni e dei ricordi: a tavola non ci si siede, la tavola la si abita!

La melagrana, in ebraico “rimon”, è uno dei frutti che il popolo troverà in abbondanza nella terra promessa ed è dunque immagine di prosperità e fertilità. Le Scritture raccontano che le vesti dei sacerdoti (Esodo 28,33-34) e gli stessi capitelli del Tempio (1 Re 7, 18.20) erano decorati con immagini di melagrane e nel Cantico dei Cantici l’importanza di questo frutto è ancora più esplicita: infatti raffigura la fecondità e la bellezza dell’Amata, “Come spicchio di melagrana è la tua tempia, dietro il tuo velo” (Cantico dei Cantici 4,3;6,7). Si tratta dunque di un frutto profondamente evocativo in grado di scuotere il cuore dell’uomo.

Avendo già citato diverse volte lo Shir ha Shirim, il Cantico dei Cantici, ritengo arrivato il momento di entrare nel dettaglio di questo testo. Rabbi Akiva, il più saggio tra i rabbini ebrei, diceva che “Tutto il mondo non vale quanto il giorno in cui è stato dato ad Israele il Cantico” evidenziando così come per la spiritualità ebraica esso sia, insieme alla legge, l’asse portante della vita. In pochi versi di straordinaria bellezza attraverso l’esaltazione dell’amore sensuale, terreno, avvolgente e incondizionato, viene svelato il mistero della Creazione ossia il fatto che essa abbia come fondamento costitutivo un dialogo, una relazione d’amore tra Dio e il suo popolo, tra Dio e l’umanità. È un amore che come dice papa Benedetto XVI non nasce da un ragionamento ma si impone in modo travolgente, si tratta dunque di un amore caritatevole, senza riserve, completo, pieno, eterno, che non vuole possedere ma custodire, anche a costo del proprio sacrificio.
Nello Zohar, il Libro dello splendore, perno della Kabbalah medievale, si ritiene che il Cantico racchiuda nei suoi versi l’intera rivelazione: infatti per i cabalisti attraverso l’immagine dei due sposi Dio indica all’uomo la strada da percorrere per raggiungere il vero fine del Creato, ossia ricongiungersi al Creatore.
Le immagini del giardino paradisiaco sono la realizzazione della promessa, esso non è solo uno spazio fisico di straordinario splendore ma è il luogo della Beatitudine eterna, le parole dell’Amato che magnificano la bellezza dell’Amata trascendono la materialità: “I tuoi germogli sono un giardino di melagrani e d’alberi di frutti deliziosi, di piante di cipro e di nardo; di nardo e di croco, di canna odorosa e di cinnamomo, e di ogni albero da incenso; di mirra e d’aloe” (Cantico 4,13-14).
Il Cantico viene letto durante i giorni della Pesach testimoniando, così, come la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana sia un segno visibile dell’amore di Dio per il popolo.

La melagrana dunque è un frutto da aprire e leggere; a tal proposito i rabbini sostengono che essa contenga 613 chicchi, rappresentanti ciascuno una delle 613 mitzvuot che l’ebreo deve seguire per raggiungere la santità. Presente in tutte le tavole durante Rosh Ha Shana (Capodanno ebraico), si è soliti consumarla dopo aver pronunciato la seguente benedizione: “I nostri meriti siano numerosi come i semi del melograno.”

Il significato allegorico di questo frutto nel corso dei secoli ha varcato i confini della Palestina diventando parte dell’iconografia. Agli Uffizi di Firenze è conservato un quadro di Botticelli che raffigura la Madonna con in braccio Gesù: la particolarità di questa immagine è che entrambi stringono nelle mani una melagrana aperta nella quale sono visibili i chicchi rossi, segno della vera natura dell’amore di Dio, resa manifesta dal sangue versato dal Cristo crocifisso per donare una nuova vita all’ intera umanità.

Un mio professore, don Lino Goriup, durante una delle sue lezioni ci disse che per capire la rivelazione dovevamo guardare il film “Interstellar”. Al centro della storia c’è il discorso sulle quattro dimensioni ed il viaggio attraverso di esse: lunghezza, larghezza, profondità e tempo. In particolare la narrazione svela come la quinta dimensione sia proprio l’amore, unico capace di annullare le dimensioni e di condurre l’uomo verso l’eternità. Cooper, il protagonista, dopo una serie di avventure si ritrova nello spazio, in un buco nero, dentro ad un “tesseratto”, costruito “dai Noi” del futuro, nel quale sperimenta come l’amore, trascendendo spazio e tempo, non avendo limiti di espansione e possedendo un’attrazione inesauribile sia la forza creativa alla base dell’esistenza.

Entrando nella città vecchia di Gerusalemme dalla Porta di Giaffa e prendendo la strada a destra che costeggia la “Cittadella” di Davide è possibile ammirare le numerose vetrine dei negozi degli artisti armeni, i quali con grande maestria raffigurano e riproducono melagrane di ogni tipo e grandezza: regalarne una ad un proprio caro ha un significato di amore infinito e di gratitudine totale.

La melagrana viene utilizzata in numerose preparazioni: i suoi chicchi possono essere aggiunti all’insalata oppure spremuti e sorseggiati nelle calde serate autunnali della Terrasanta. Per un piatto più ricco e saporito, ci spostiamo in un altro paese del Medio Oriente, con la ricetta delle kofte iraniane con la squisita melassa di melagrana:


articolo della nostra collega Francesca Arnstein

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