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Le sette piante della Terra d’Israele: il frumento

Terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi di olio e di miele. (Dt 8,8)

La Terra promessa è la terra di latte e miele, terra che dona al popolo ciò di cui ha bisogno, terra che nutre, protegge e custodisce. Nella Bibbia il cibo ha un valore simbolico, rappresenta il bisogno dell’uomo di nutrimento, non solo fisiologico ma anche spirituale. Nutrirsi ha un valore di sacralità, preparare il cibo è un rituale e la tavola è il luogo delle relazioni e dei ricordi: a tavola non ci si siede, la tavola la si abita!

Per questo, come scrive don Andrea Ciucci, “non sorprende che la Bibbia sia piena di storie di cibo, di tavole imbandite, anche di ricette gustose…”. Ogni alimento custodisce un segreto, un rituale e una memoria ed è proprio questo che riempie di fascino e poesia le nostre cucine.

La prima pianta menzionata nel versetto del Deuteronomio è il frumento, e non è un caso! Il frumento infatti rappresenta il dono più prezioso: racchiude il segreto della vita e dell’abbondanza. Tra i molti episodi della Bibbia che menzionano l’importanza del pane, il più significativo è quello ricordato nel racconto dell’Esodo: il popolo, mentre vagava nel deserto dopo essere uscito dall’ Egitto, era così affamato che quasi rimpiangeva la schiavitù. Il Signore, udita tanta disperazione, comunicò a Mosè che avrebbe fatto piovere “un pane dal cielo” ma il popolo avrebbe dovuto raccoglierne solo la razione sufficiente per un giorno, egli infatti avrebbe ripetuto questo miracolo ogni giorno fino all’ arrivo a Canaan (circa 40 anni dopo).

In Israele e nel mondo ebraico della diaspora il frumento è collegato alla stagione della mietitura, celebrata con una festa chiamata Shauvot, che significa “settimana”: allude al fatto che questa festa cade esattamente sette settimane dopo la Pesach ebraica, la quale fa memoria della liberazione del popolo di Israele dal giogo egiziano.

Il ricordo della manna viene reso vivo ogni settimana durante lo Shabbat che inizia il venerdì all’apparire delle prime tre stelle in cielo e termina al calar della notte del sabato sera e ricorda il riposo di Dio dopo i sei giorni della creazione. Al tramonto del venerdì, la donna accoglie lo Shabbat accendendo due candele, recitando una benedizione e apparecchiando la tavola con una tovaglia bianca, simbolo di purezza. La cena inizia con il Kiddush, una benedizione recitata ad alta voce davanti a una coppa di vino e con una benedizione recitata sul pane.

Una curiosità: durante lo shabbat è bene lasciare sempre un posto libero perché il signore invia Elia travestito da povero per vedere se gli ebrei osservano il precetto dell’ospitalità!

La Challah è il pane preparato per lo Shabbat, una treccia simile al pan brioche, speciale non tanto per gli ingredienti quanto per il suo valore simbolico ed evocativo. Secondo la tradizione, si preparano sempre due pani (Challot) perché durante i quarant’anni nel deserto il popolo non poteva raccogliere la manna di sabato, allora Dio il venerdì ne donava una doppia razione. Questi pani, una volta cotti, vengono ricoperti con panni di stoffa bianchi a ricordo della rugiada che proteggeva la manna dal calore del sole del deserto.
La stessa forma intrecciata nasconde un messaggio simbolico, a seconda del numero delle trecce i significati possono essere diversi: due simboleggiano l’amore, tre la pace, dodici le tribù di Israele. I semi di papavero, messi sopra il pane, ricordano invece i fiocchi di manna. Il pane viene poi spezzato con le mani e ne viene prelevato un pezzettino che oggi viene bruciato, mentre durante l’epoca del Tempio veniva offerto a Dio: lo stesso nome Challah rimanda a questa pratica, infatti significa “fare un buco”. Infine, una volta staccato con le mani un pezzo di pane lo si intinge nel sale e si mangia. Il sale è un altro alimento simbolico, il fatto che non si deteriori rappresenta l’eterna alleanza di Dio con il popolo.

Ricetta della Challah

Ingredienti

14/16 gr di lievito di birra
200 ml acqua tiepida
1 cucchiaio raso di miele di acacia e zucchero
250gr di farina 00
250 gr di farina manitoba
1 uovo

100 ml di olio d’oliva
semi di papavero

Come tutte le ricette, la Challah richiede pazienza e pratica, solo provando e riprovando si potrà raggiungere l’impasto desiderato.

Si scioglie il lievito di birra (io ne sciolgo circa 14/16 gr) in circa 200 ml di acqua tiepida al quale si aggiunge anche 1 cucchiaio raso di miele o 2 cucchiai di zucchero (io metto un po’ di miele di acacia e un po’ di zucchero). Si prendono 500 gr di farina e si dispongono a fontana, si versano nel mezzo un uovo, 100 ml di olio (io uso olio d’oliva), il lievito sciolto in acqua e miele/zucchero.
Si lavora fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo. Prima che l’impasto sia liscio e lucido io aggiungo un po’ di sale e impasto di nuovo per circa sette minuti. Quando l’impasto sarà morbido, liscio, omogeneo e lucido, solo allora si copre e si pone a lievitare per 3 ore circa in un luogo privo di correnti d’aria (io lo metto nel forno spento con la luce accesa). L’impasto dovrebbe essere posto in un recipiente di terracotta e comunque lasciato riposare fino a quando non è raddoppiato. Passato il tempo necessario prendere l’impasto e fare due trecce e riporle nella placca del forno precedentemente unta con olio; spennellarle con un tuorlo d’uovo, cospargere di semi di papavero e far lievitare ancora fino a quando non raddoppiano. Cuocere in forno ventilato a 180 ° per 30 minuti.

Non esiste la ricetta perfetta, come dicevo all’ inizio abbiate pazienza, assaggiate l’impasto, provate e riprovate. Vi suggerisco tuttavia qualche accorgimento: setacciate la farina in modo da evitare che si formino fastidiosi grumi, usate acqua naturale e non quella del rubinetto spesso piena di cloro, il sale aggiungetelo per ultimo e in ogni caso sempre lontano dal lievito, lavorate molto la pasta e date alle Challot il tempo giusto per lievitare.

E per finire…mandateci le foto delle vostre Challot, e buon appetito!

 

articolo e ricetta della nostra collega Francesca Arnstein

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