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Le strade di Napoli: dove voci, odori e sapori raccontano la città

Stiamo preparando per voi nuovi itinerari in Italia, ma prima di svelarvi cosa bolle in pentola vi proponiamo la lettura di un articolo che vi proietterà tra le strade di Napoli! Uno straordinario ed emozionante viaggio letterario tra scorci paesaggistici e bontà culinarie della cucina partenopea.

Ma prima di lasciarvi alla lettura, una piccola curiosità: a QUESTO LINK troverete il video “The Circular Tour”; si tratta di un carillon virtuale ideato dall’architetto Marco Capasso con il suo Studio Creativo, in computer grafica. Sette illustrazioni inedite firmate da giovani e talentuosi disegnatori italiani, si trasformano in una romantica dedica alla città di Napoli: suggestivi scorci ed elementi iconici o caratteristici dei territori, vengono reinterpretati da uno sguardo innamorato e visionario.

Ed ora…buona lettura!


Le strade di Napoli: dove voci, odori e sapori raccontano la città

Il Decumano maggiore, il centro storico, quello Inferiore e quello Superiore: In queste vie, e poi nei vicoli storti e sottili, fino a Santa Lucia o alla Riviera di Chiaia, alla maestà del Maschio Angioino, al Palazzo Reale di piazza Plebiscito e giù giù fino a Caracciolo e Mergellina, ogni cosa sembra avere un senso, anche le cose che forse altrove non ce l’hanno. Come il mito della semplicità a tavola.

Ci sono tre strade principali a Napoli che sono una metafora, a volte tortuose e strette a volte larghe e dritte dove la luce fa fatica a penetrare o al contrario abbaglia, che raccontano la città più di mille mappe: il Decumano maggiore, il centro storico, quello Inferiore e quello Superiore, l’antico impianto urbano greco che la gente riconosce come casa e di cui parla come se fosse stato costruito qualche decennio fa. Luce e ombra che fanno a botte, cultura massima e punte di feroce abbandono ma voci, odori e sapori che coprono ogni cosa, la vita che scorre sulla bellezza eterna. Di notte e di giorno senza tregua (in una sfida silenziosa con New York che solo i napoletani riconoscono) i Decumani mai dormienti vengono percorsi da giù a su o da su a giù come un rosario nelle mani di un frate: è così che chi vuole può conoscere il “cuore di Partenope”, cuore folle e fibrillante che svela tutto insieme, fuoco d’artificio in una notte d’estate.

In queste vie, e poi nei vicoli storti e sottili, fino a Santa Lucia o alla Riviera di Chiaia, alla maestà del Maschio Angioino, al Palazzo Reale di piazza Plebiscito e giù giù fino a Caracciolo e Mergellina, ogni cosa sembra avere un senso, anche le cose che forse altrove non ce l’hanno. Ha un senso mangiare i lupini o i semi di melone “pariando” (passeggiando lentamente senza meta, ndr) fino a Borgo marinaro o fermarsi, dopo la passerella di Castel dell’Ovo sul porticciolo come una bomboniera di Capodimonte, che ha visto nei secoli principi e malfattori seduti nella stessa taverna, per un’impepata di cozze, un riso al nero di seppia, una tazza di brodo di polipo piccante. Basta mezz’oretta che passa come un incanto, tra il profumo e la brezza marina che lì ci sta sempre come il fatidico cacio sui maccheroni.

Ma Napoli “parla” veramente con la pizza, anche se l’accoppiata con il mandolino ha generato alla gente di questa terra non poche frustrazioni: si sceglie come mangiarla solo per snobismo. I pizzaioli moderni sono immersi in un tripudio di lievito madre, provola, pecorino, ortaggi di ogni genere, salumi, uova di quaglia persino, tentano l’inutile strada del business futuro. Ma fare di più di quel che già è non serve. La pizza a Napoli è straordinaria ovunque (solo nel centro storico si contano circa 250 pizzerie), pure quella “a portafoglio”, ovvero piegata in quattro per mangiarla camminando quando si va di fretta, dei banchetti di piazza Dante, piazza Bellini, Mezzocannone e San Domenico Maggiore che costa un euro e ti lecchi i baffi. Dicono che sia l’acqua di Napoli ma in molti credono che sia la fantasia. Lo decretava un pizzaiolo, padrone solo di una ciotola di alluminio piena di mozzarella spezzettata, un piano di marmo e un Vesuvio di farina intervistato da Giò Marrazzo per la Rai alla fine degli anni ’50:

La pasta stesa non deve mai tenere più di quattro cose sopra. Pomodoro, mozzarella, olio e basilico. Tanto basta.

Il mito della semplicità colorata dal sole.
Però la star indiscussa è la mozzarella di bufala. Nel giugno 1889 quando cioè per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia il cuoco Raffaele Esposito preparò “la Margherita”, con fiordilatte (che è di latte vaccino), pomodoro e basilico, con i colori della patria bandiera creò un canovaccio senza fine. La mozzarella è la “tradizione bianca” di Napoli e della Campania, e quella di Bufala (che a Caserta e provincia e a Salerno e provincia ha i suoi luoghi di elezione e produzione) identifica tutta la regione: sapore e consistenza inconfondibili. E tutto il mondo lo sa. Ora tutto il mondo la mangia anche. Per i 90 di Queen Elisabeth il banchetto della festa aveva una cornice di ovoline e “zizze” lattose. La regina ne va matta. 

  • articolo di Anna Maria Liguori
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