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Tblisi e Sarajevo: le piccole “Gerusalemme d’Europa” Due esempi di tolleranza religiosa a confronto

Cos’hanno in comune la capitale della Bosnia e della Giorgia?

Apparentemente nulla, se non che entrambe custodiscono nei loro centri storici una concentrazione di luoghi di culto di diverse confessioni religiose a poca distanza tra loro, tanto da essere state definite, grazie alla loro felice convivenza,  le “piccole Gerusalemme d’Europa”, in  quanto punto di incontro di cristianesimo, islamismo ed ebraismo, religioni che nel corso dei secoli si sono avvicendate e mescolate, lasciando testimonianze indelebili.

Cominciamo con Sarajevo: pur fondata dai turchi non è mai stata una città musulmana e non lo è tuttora. Essendo stata un’importante punto d’incontro tra oriente ed occidente ha saputo convivere con tutte le religioni monoteiste, mettendo al primo posto rispetto e coesione nell’incredibile varietà di culture che vivono in un luogo così ristretto. Visitare Sarajevo significa ripercorrere più di mezzo millennio di storia slavo-cristiano-musulmana unica al mondo.
Nel centro storico svetta la cattedrale del Sacro Cuore, che dal 1889 rappresenta la più importante testimonianza cattolica dell’intera Bosnia, ma basta una passeggiata di pochi minuti e si arriva nella città vecchia, dove l’ambiente cambia improvvisamente e si respira aria di medio oriente o di nord africa, tra fumatori di narghilè e venditori di tappeti. L’influenza islamica è sempre più evidente mano a mano che ci si avvicina alla Moschea di Gazi Hussrey-Beg: risalente al 16° secolo, è una delle strutture ottomane più rappresentative dei Balcani, che svetta con il suo minareto visibile da tutta la città.
Riportiamo le parole di una nota guida turistica di Sarajevo, che accompagnando i turisti in giro per la città, non manca mai di far comprendere agli stranieri il senso di appartenenza alla loro terra, pur così eterogenea, sottolineando una sostanziale differenza con la città simbolo della Terra Santa, Gerusalemme:

«Ora visitiamo la nostra chiesa ortodossa. Poi visiteremo «la nostra sinagoga». Poi ancora «la nostra moschea». Poi la «nostra cattedrale cattolica». Tutte lì, l’una vicino all’altra, le grandi rappresentazioni di Dio a sé stessi, i grandi pretesti, le grandi consolazioni. Tutte lì le gioie e i dolori. I sorrisi e le feste. I drammi. Tutto lì, voci e vita, come in una «piccola Gerusalemme». E infatti «la chiamano piccola Gerusalemme, ma Gerusalemme è diversa» – dice la guida – «perché a Gerusalemme ci sono muri, mentre a Sarajevo di muri non c’è mai stato bisogno. E non fate caso se io dico sempre nostro» – aggiunge – «perché per noi di Sarajevo tutto è nostro, indipendentemente dalla religione».

E cosa dire di Tbilisi? La capitale, felice incontro tra est e ovest, rispecchia la lunga e complicata storia del Paese, che ha subìto prima la dominazione persiana e poi quella russa. La città, con il suo centro storico dalle stradine acciottolate, è un mix perfetto di stili e culture, tra palazzi art nouveau, sovietici e in stile ottomano. La storia multiculturale di questa città è confermata dalla presenza di chiese ortodosse, cattoliche, moschee, sinagoghe e addirittura di un tempio zoroastriano. Anche qui le religioni convivono e non solo a parole o per semplice vicinanza dei rispettivi edifici dedicati al loro culto: qui convivono realmente, nella quotidianità e senza alcuna finzione e il visitatore se ne accorge immediatamente perché è tutto sempre aperto e visitabile. Ci sono delle regole, ma sono loro a preoccuparsi di renderti atto a soddisfarle. Serve la kippah ( il copricapo utilizzato dagli ebrei)? Ce ne sono a volontà all’ingresso della sinagoga e a disposizione di tutti. La prendi e entri. All’ingresso di qualsiasi chiesa ortodossa ci sono scatoloni colmi di veli per coprirsi le gambe o, per le donne, i capelli. La moschea si visita semplicemente togliendosi le scarpe e raccogliendo il gesto di gratitudine dell’anziano che placidamente se ne sta seduto all’esterno. La moschea, che qui a Tbilisi è utilizzata sia dai Sunniti che dagli Sciiti, in barba ed è proprio il caso di dirlo, a tutte le lotte che in ogni altro territorio si scatenano tra le due confessioni.
Tutte le comunità sono particolarmente attive, vivaci e aperte così come vorremmo che fosse ovunque.

 

Fonti:

  • cisonostato.it
  • latitudeslife.com
  • looking for europe
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