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Hebron e il turismo responsabile

Riportiamo in questo articolo un esempio di come il turismo responsabile possa fare del bene alle comunità locali grazie ai visitatori internazionali.Nei nostri itinerari quest’anno abbiamo deciso di inserire la visita ad Hebron proprio per farvi aprire gli occhi su una quotidiana, difficile situazione in cui gli abitanti della città, “si sentono in gabbia”.  Ma tutti possiamo fare la nostra parte, nulla è irrecuperabile: grazie all’ONG “Hebron Hope Center” con i proventi dei tour s’insegna inglese ai bambini e si fa assistenza sanitaria.

HEBRON (Cisgiordania) – “Con i gruppi di visitatori che vogliono visitare Al Khalil, il nome arabo di Hebron, l’appuntamento è al checkpoint vicino all’entrata della moschea, subito dopo il centro informazioni sul lato israeliano: io, da quella parte, non ci posso andare”. Lo spiega Ayman Al-Fakhori, un ingegnere informatico palestinese di 27 anni, che nel 2013 ha fondato Hebron Hope Center, ONG che propone esperienze di turismo responsabile nella città contesa di Hebron, mettendo a contatto comunità locale e visitatori internazionali, con l’obiettivo di costruire, per entrambi, una maggiore consapevolezza rispetto al conflitto e alla difficile situazione con cui, ogni giorno, si confrontano gli abitanti della città. “Con i proventi dei tour e grazie alla generosità dei volontari che vengono durante l’anno per darci una mano, riusciamo a insegnare inglese ai bambini e a dare assistenza sanitaria a tante famiglie dei quartieri più poveri – racconta ancora Ayman – quello che ci interessa è far conoscere la sofferenza degli abitanti di questa città, costretti a chiudere negozi, andarsene dalle loro case, senza libertà di movimento. Per muoversi anche all’interno della stessa Hebron a piedi, c’è da superare checkpoint: è come vivere in una gabbia”.

La divisione della Cava dei Patriarchi. Dalla parte israeliana del confine cittadino si entra soltanto se non si è musulmani. E’ questa una delle tante misure di sicurezza imposte dal governo di Israele per la gestione di Hebron, una città distrutta dal conflitto israelo-palestinese, il cui simbolo più potente è rappresentato dalla divisione della Cava dei Patriarchi, il più antico luogo di preghiera al mondo. Un sito sacro sia per l’ebraismo, che lo considera il sepolcro dei Patriarchi di Israele, che per i musulmani, che vi hanno eretto la moschea di Abramo. All’interno del palazzo, una parete di vetro blindata divide a pochi centimetri di distanza i fedeli islamici da quelli ebrei. E’ una misura di sicurezza resa necessaria dai continui scontri fra le due comunità; è in questo luogo che il 25 febbraio 1994, durante la preghiera del venerdì, l’estremista sionista Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi.

Un labirinto di strade strette. Oggi la città vecchia di Hebron, un labirinto di stradine strette e tortuose lungo cui si allarga il suq dei mercanti arabi, è completamente deserta. Al-Shuhada, la via principale, appare come una distesa abbandonata di portoni chiusi, muri anneriti, bandiere israeliane che sventolano dalle finestre dei piani superiori. Il cuore dell’area urbana, asimmetricamente suddiviso fra le comunità arabe ed israeliane, è tagliato dalle cancellate dei checkpoint: in alto le torrette dei militari israeliani, intorno a cui si distendono corridoi di lamiera attraversati dagli abitanti che si muovono fra i diversi quartieri del centro.

Le difficoltà degli stessi soldati israeliani. Hebron Hope Center non è l’unica organizzazione ad operare nella città contesa. Sul versante israeliano, ad esempio, troviamo Breaking the Silence, un gruppo di veterani dell’esercito di Israele che lavora per far conoscere all’opinione pubblica le enormi difficoltà ambientali cui sono sottoposti i soldati in servizio nei Territori Occupati. L’obiettivo del gruppo, che propone tour della città, incontri e attività culturali, oltre a sostenere i movimenti palestinesi non violenti che si battono per il rispetto dei diritti umani nella città di Hebron, è quello di informare su quello che definiscono “un deterioramento degli standard morali, in relazione agli ordini militari e alle regole di ingaggio che lo stato di Israele considera giustificati in nome della sua sicurezza, una realtà ben nota ai militari in servizio, ma su cui la società israeliana continua a essere poco informata”.

Il prezzo pagato dai militari d’Israele. Fondata nel marzo 2004 da ex soldati in servizio a Hebron, Breaking the Silence ha acquisito una posizione speciale agli occhi del pubblico israeliano grazie al suo ruolo, assolutamente unico nella società di Israele, di testimone in tempo reale. “Ci sforziamo di stimolare il dibattito pubblico sul prezzo pagato da giovani soldati che si trovano a dover affrontare una popolazione civile e che sono impegnati nel controllo della vita quotidiana di quella popolazione – spiegano gli attivisti di Breaking the Silence – I soldati che prestano servizio nei territori partecipano ad azioni militari che cambiano per sempre le loro vite. Casi di abuso nei confronti dei palestinesi, saccheggi e distruzione di proprietà sono stati la norma per anni, ma vengono invece descritti, nei documenti ufficiali, come situazioni “estreme” e “uniche”.

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