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2° puntata: da Vigo a Redondela Elisa Pinna inviata dal Cammino di Santiago

Trentatremila 553 passi. “Complimenti campiona!” s’illumina il mio orologio fitbit, poco abituato a simili cifre. Venti chilometri netti. Per la maggior parte dei pellegrini di Santiago sono la media quotidiana minima, per me un’esagerazione ed ora  mi trovo a pagarne il prezzo, schiantata sul letto di un residence a Redondela.

Quando mi ha visto arrivare zoppicante e confusa, nel tardo pomeriggio, la ragazza del residence ha tirato per prima cosa un sospiro di sollievo, perché finalmente poteva darmi le chiavi e andarsene a casa. Poi mi ha guardato con sgomento. “Ora si farà una bella doccia”. Certo, ho riposto. Per il momento  rimango però sdraiata a fissare il soffitto.

Eppure la giornata sembrava partita sotto i migliori auspici. Una colazione pantagruelica, nell’Hotel Nautico. Il croissant degli spagnoli galiziani è in realtà una torta soffice a forma di cornetto che si taglia con forchetta e coltello, ed io l’ho pure infarcita con marmellata e burro. Il proprietario dell’albergo mi ha poi incoraggiato: “Buen camino. Una passeggiata, saranno 9 chilometri da qui a Rendondela”.  Dopo la dritta sulle isole Cies, non ho dubitato per un attimo delle  sue parole.

Sono partita allegra e piena di energia con la mia credenziale custodita nel marsupio disegnato e colorato come una fetta di limone, comprato da Tiger per un paio di euro.

La credenziale del pellegrino è il documento più importante di ogni viaggiatore del Cammino. Si tratta di un opuscolo pieghevole, in grigio scuro, con l’immagine di un Santiago ieratico in copertina. I viaggiatori, oltre ai loro dati anagrafici e al luogo da cui partono alla volta di Compostella, devono farsi apporre – nelle pagine pulite, simili a quelle di un passaporto – almeno due timbri con la stessa data per ogni località attraversata nel percorso. La scelta è ampia: chiese, conventi, monasteri ma anche bar e alberghi, stazioni di benzina. Per i pellegrini duri e puri, la credenziale serve innanzitutto per essere accolti negli ostelli disseminati lungo la strada. Per tutti, quindi anche per i pellegrini da strapazzo come me, certifica che sono stati compiuti almeno 100 chilometri a piedi o 200 in bicicletta, “conditio sine qua non” per ottenere l’attestato di avvenuto Cammino, con tutti gli onori e  le benedizioni di circostanza. La credenziale si reperisce facilmente un po’ dappertutto, basta chiedere. Io l’ho ricevuta nel primo albergo dove sono capitata. Non vi fate spaventare da false difficoltà burocratiche o logistiche che appaiono in alcuni resoconti sul web.

Una volta però trovata la credenziale, bisogna trovare il cammino, cosa per nulla scontata in una città come Vigo. Gli spagnoli, un popolo di gentilezza e simpatia straordinarie, hanno un modo tutto loro di dare indicazioni stradali: semplicissimo, todo recto, ovvero tutto diritto. Il mondo non è tuttavia sempre rettilineo e le ampie arterie stradali di Vigo, tutte rigorosamente in salita per chi proviene dal porto, sono piene di  ghirigori e incroci traditori. Dopo decine di “todo recto”, sono arrivata piuttosto provata sulla vetta della città e finalmente mi è apparsa, come in un miraggio, la mia prima freccetta gialla, il simbolo del Cammino. Erano passate già due ore dalla partenza e mi ero scolata le due bottiglie d’acqua sistemate in una cintura a cartucciera, altro acquisto fatto  nella solita catena di Tiger. Poco importa, mi sono detta, Redondela non deve essere lontana e il panorama da lassù era veramente notevole, tra insenature, isole, penisole, fiumi, ponti bianchi sospesi, boschi a strapiombo e oceano. E poi i profumi di fiori giganti, cespugli di ortensie dove nascondersi, campanule che dall’alto sembravano volerti risucchiare. Un cammino inebriante per l’olfatto. Profumi di meraviglie impreviste, di ricordi dell’infanzia, di emozioni  dimenticate in un cassetto della memoria.

Perché però quella pioggerellina insistente e fredda? Il mio cellulare continuava ad annunciare per Vigo una giornata di cielo terso, e temperature piacevoli, tra i 15 e i 22-24 gradi. Nei giorni precedenti alla partenza avevo monitorato con assiduità le previsioni meteorologiche, digitando Vigo, Spagna. Mostravano sempre un sole a tutto tondo e di conseguenza avevo preparato una valigia di magliette a mezze maniche, pantaloni corti, portandomi dietro solo un  golfino e una mantellina impermeabile leggera, comprata in un negozio d’ingrosso a prezzi scontati.

Alle Cies mi era andata bene. Alla prova  del Cammino, ho capito  invece di essere stata raggirata da uno dei miei siti preferiti. Per qualche misterioso automatismo, “Vigo, Spagna” finiva inesorabilmente per identificarsi con Vigo in Val di Fassa. Altro che Dolomiti. Il cielo estivo della Galizia è un campo di battaglia in continuo movimento:  vento, nuvole bianche velocissime, fugaci attimi di ombra ad  un sole intenso, cirrocumuli spessi e minacciosi, carichi di elettricità e rabbia, nebbie, strati compatti di grigio che finiscono per diventare un tutt’uno col mare. Per non farla troppo lunga, diciamo che in Galizia le giornate sono variabili, che piove spesso e che con l’acqua si devono fare i conti. Niente paura, ho indossato la mia mantellina e mi sono calcata in testa un cappellone nero tondo, regalo della mia saggia amica Angela, che lo ha comprato in un negozio di articoli sportivi tecnici. La testa mi è rimasta  asciutta, il resto si è inzuppato in un batter d’occhio. La mantellina, mi sono accorta, era  più bagnata dentro che fuori. L’acqua ristagnava sulla mia schiena.

Mentre mi giuravo  solennemente che non avrei più  risparmiato sulle attrezzature per trekking (e grazie al cielo ho un buon paio di collaudati scarponi da montagna), ho commesso l’ennesimo errore. Non ho approfittato di una trattoria che si affacciava proprio sul sentiero e che prometteva persino un timbro sulla preziosa credenziale. Bastava salire una scaletta. “Perché affaticarmi con quei gradini? Tanto ormai sono  praticamente arrivata e posso rifocillarmi e asciugarmi con tutta calma a Redondela”, mi sono detta. Peccato che non ci fosse uno straccio di pellegrino in giro a cui chiedere qualche informazione. Ogni tanto sfrecciava, in direzione opposta alla mia, un ciclista.  Alla fine ho incontrato un signore con un cane. “Redondela? Mancheranno ancora 9-10 chilometri, todo recto”.

Vi risparmio il resto del cammino, una zombie barcollante e vestita di nero, affamata e assetata. Il primo luogo di ristoro umano è stato il bar della stazione ferroviaria di Redondela, qualche chilometro prima dell’abitato, dove ho consumato cupamente il mio pranzo, senza rimediare nemmeno un timbro.  Poi ancora strade e strade, stavolta d’asfalto, tra condomini, sopraelevate e negozi chiusi per la pausa pomeridiana. Sappiatelo, il Cammino non è solo natura e paesaggi mozzafiato, ma anche, inevitabilmente, attraversamenti urbani, belli o brutti che siano. Proprio  nella periferia anonima di Redondela, ho  però scoperto che superato un certo livello di fatica, il corpo  procede in automatico  e la coscienza evapora. Se mi fosse apparso Coca, il mostro mezzo coccodrillo e mezzo drago, che nel Medioevo ogni tanto usciva dal fiume e si mangiava una paio di redondelesi per volta, sono sicura che non avrei battuto ciglio. Coca, come attesta la leggenda e la festa che si tiene ogni estate in città, fu ucciso  da  un gruppo di coraggiosi locali, ed io sono arrivata sana e salva, si fa per dire, al mio residence.

Ed eccomi qui sul letto a cercare di riprendere una condizione umana. Per fortuna, di fronte a me,  c’è lei.  Mi aspettava da ore e  mi guarda intenerita. La mia amica più cara, compagna di tante avventure. E’ la mia valigiona verde fosforescente, all’occorrenza trasformabile in uno scomodissimo zaino.

Siamo giunti dunque a svelare il  primo segreto  che consente ad una signora attempata e acciaccata come me di affrontare un  percorso di oltre 100 chilometri. Per chi si trova sul cammino portoghese,  Correo e Tuitrans sono i nomi da memorizzare. Il Correo è la posta spagnola e Tuitrans un’agenzia privata molto affidabile. Al costo di 5 euro, prendono  la vostra valigia dall’albergo da cui partite la mattina  e la portano in quello in cui arrivate il pomeriggio. Si  può comunicare con loro via Internet, per telefono o Whatsapp, in  varie lingue, tra cui l’ inglese. Ogni cammino ha i suoi bravi Cirenei, pronti a raccogliere, su furgoncini di varie misure, i vostri bagagli. Sul Cammino francese, il più popolare, parlano sicuramente anche italiano. Vi salvano la vita, o almeno la schiena. Non so la vostra, ma la mia è messa parecchio male. Poi, per salvare la faccia, mi porto uno zainetto di rappresentanza, dove infilo il cappello, il golfino, l’inutile mantellina. Per le bottigliette di acqua uso la cintura a cartucciera e per i documenti il marsupio a fetta di  limone.  Mi scuso con quanti, a ragione, inarcheranno le sopracciglia. Lo so, se fossi vissuta ai tempi delle Crociate, sarei stata sicuramente arruolata tra i pezzi migliori della Crociata dei pezzenti di Pietro D’Amiens.

 

 

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