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5° puntata: da Armenteira a Vilanova di Arousa Elisa Pinna inviata dal Cammino di Santiago

Ci svegliamo nel nostro albergo di lusso ad Armenteira ritrovando il mondo al punto esatto in cui lo avevamo lasciato la scorsa notte: piove ancora a canteros, a catinelle. Fa freddo e banchi di nebbia avvolgono il Monte Castrove, impedendoci di vedere oltre il nostro naso. I vestiti indossati ieri sono sempre un mucchietto di stracci inzuppati. Vi risparmio i dettagli sui miei scarponcini tecnici da trekking, ridotti ad una poltiglia, o, peggio, sulle nike di Lucia e le scarpette basse da città di Arielle.

Per fortuna c’è lei, la valigia–zaino, che solo con la sua presenza, con il suo verde abbagliante, illumina e scalda i nostri cuori. Nel suo ventre materno raccattiamo qualcosa di asciutto da metterci. Poca roba adatta alla situazione, ma alla guerra si va con quel che si possiede non con quello che si vorrebbe avere, come diceva Pietro D’Amiens con la sua crociata dei pezzenti (citazione fake ndr.).

Facciamo il punto sulla situazione: si tratta di decidere se proseguire nel nostro tabellino di marcia e percorrere la tappa odierna fino a Vilanova de Arousa, lungo un sentiero il cui solo nome, “il Cammino di acqua e di terra , ci fa battere i denti, anziché affascinarci come dovrebbe. Oppure rivedere i piani, anche perché Lucia e Arielle dovranno riprendere l’aereo per l’Italia in tarda serata.

In realtà c’è poco da riflettere: se è stato già un miracolo arrivare a destinazione sotto il diluvio del giorno precedente, non è proprio il caso di rimetterci in  marcia con le scarpe e i vestiti fradici, per sfidare di nuovo il destino. E’ evidente che il senor Santiago sta cercando di dirci qualcosa: prendetevi una sosta. In una situazione del genere, ne sono convinta, anche il pellegrino più coraggioso e temerario avrebbe qualche esitazione.

Bene. Programmiamo la giornata: ricca colazione, considerato che è compresa nel prezzo dell’albergo, visita al monastero, pranzo, taxi  per accompagnare le ragazze all’aeroporto di Vigo e me a Vilanova di Arousa. Vi vedo sbiancare. Sì, avete capito bene: riprendo un taxi e sono un’imbrogliona. Del resto, alzi la mano chi non ha mai mentito o barato con se stesso. Il mio imbroglio è congegniato a metà. In serata, raggiungerò Vilanova perché ormai ho prenotato lì l’albergo. Rimanere ad Armenteira sarebbe solo un altro salasso. Domani però, Giove Pluvio permettendo, tornerò in vetta al monte Castrove con un autobus e percorrerò da sola la tappa saltata oggi.

Cominciamo  alacremente ad asciugare i vestiti. La faccenda non è semplice. Finora negli alberghi galiziani avevo sempre trovato asciugacapelli come quelli di casa: bastava infilare la spina nella presa, premere il pulsante e lasciare che soffiassero aria calda a volontà. Nel cinque stelle, l’asciugacapelli è di quelli a pressione, ben incassati nel muro del bagno. Ed è qui che posso far valere finalmente  la mia esperienza e la mia classe. Vi rivelo un trucco del mestiere, non di quello da pellegrina ma da giornalista di vecchia data, passata per diverse camere di hotel. Basta portarsi dietro un laccio o un pezzo di spago. Serve ad annodarlo stretto attorno al pulsante a molla. A quel punto il gioco è fatto. Si dispongono vestiti e scarpe sul ripiano del lavandino (enorme come in tutti i resort di lusso), si piazza l’asciugacapelli rombante di fronte e si può andare tranquillamente a farsi i propri affari.

Terminate la colazione e le operazioni di drenaggio dell’acqua, ci siamo dedicate al bel monastero di Armenteira, costruito tra il 1168 e il 1212 , mentre il primo abate della comunità cistercense se la dormiva alla grande nei boschi circostanti. Nel chiostro, Lucia filma con il suo cellulare una misteriosa figura: vi metto alla prova, guardate il video e indovinate chi è. Nel convento vivono oggi, come vi ho detto, suore, e non più monaci, cistercensi. Le porte dei loro appartamenti  sono tutte serrate. Il portiere, a cui mi rivolgo per il timbro sulla credenziale, ci dice che i pellegrini continuano ad essere ospitati anche nei mesi estivi e si stupisce per il “no” ricevuto via email. Vi consegno dunque una seconda dritta della giornata: se anche voi scegliete la variante spirituale e volete fermarvi al monastero di  Armenteira, non vi fate spaventare da un primo diniego delle suore. Cercate un contatto più personale, telefonate (telefono: 0034 986 730050), riprovate, insistete. Le cellette monacali costano 50 euro ciascuna, sia singola che doppia. Non è poco però includono la colazione e la cena, oltre che la possibilità di partecipare alla vita e alle funzioni religiose della comunità.  E comunque, riprendendo lo slogan di una famosa pubblicità, il fatto di dormire in un luogo così magico non ha prezzo.

La sosta forzata ad Armenteira ci consente di concentrarci con la dovuta calma e attenzione anche su uno degli aspetti più interessanti del Cammino, almeno in questa sua parte finale, la cucina galiziana. Vi ho già accennato al polpo galleco. Sono certa che sono stati il senor Santiago e il buon Sant’Ero a guidarci in un ristorantino – a dirla tutta  è l’unico del paese – dove servono un tripudio di piatti di mare. L’oceano è a qualche chilometro da qui. Le zamburinas, in italiano le capesante, cucinate dai galiziani sono un piatto da mangiare in religioso silenzio. Credo che, dopo averle assaggiate, il commissario Montalbano si trasferirebbe volentieri da queste parti. L’oste ci offre poi un vassoio di pimientos galiziani. Sono peperoncini fritti. Devo premettere che non mi piacciono i peperoni, anzi penso di esserne allergica. Ma questi non sono peperoni, sono un cibo divino. Ci si alza da tavola satolle e euforiche, anche per il conto vergognosamente basso. Una decina di euro a testa, roba che a Roma ci si potrebbe pagare a malapena una pizza e una birra in qualche locale frequentato da studenti a San Lorenzo o al Pigneto.

Felici e fomentate dal pranzo, ci promettiamo con mia figlia di rifare insieme, in un prossimo futuro, il cammino da Armeintera a Santiago. Partendo ovviamente dal ristorante da cui siamo appena uscite. Ora però è il momento dei saluti. Il taxi arriva, porta le ragazze all’aeroporto di Vigo e mi scodella a Vilanova di Arousa.

Il giorno dopo, mantengo il mio impegno. Il cielo è ancora capriccioso, però non piove e la temperatura è fresca. Torno sul Monte Castrove e scendo lungo il sentiero di Pietra e Acqua, e poi attraverso una campagna rigogliosa e curata, tra vigneti a perdita d’occhio, fino all’Oceano. Vilanova è una tappa spesso sottovalutata dai pellegrini che la usano solo per dormirci, in attesa di prendere il giorno dopo la barca per risalire il fiume Ulla fino a Padron.  Io invece sono rimasta conquistata dal suo paesaggio così vasto e mutevole, dalle maree, dalle sue spiagge bianche, dall’oceano che si ritira ogni sei ore, lasciandosi dietro pescherecci posati sui fianchi in una distesa quasi lunare di fango, pietre, massi, conchiglie. E’ il momento in cui gli abitanti scendono nella foce del fiume, con stivaloni di gomma e grandi secchi di latta  per raccogliere molluschi di ogni tipo, le prelibatezze che poi ci servono nei loro ristoranti. Il mare poi ritorna, onda dopo onda, dolcemente, e riporta tutte le cose al loro momentaneo ordine. Le barche ormeggiate regolarmente ai moli oppure all’ancora, il fiume di nuovo navigabile,  le calette con la loro sabbia farinosa.

Nel tardo pomeriggio, prima di tornare in albergo, passo dall’ ostello dei pellegrini per procurarmi il biglietto della barca che risale il fiume fino a Padron.

La reception, al primo piano di una struttura che funziona anche da centro sportivo, si presenta come un ospedale da campo. Piedi gonfi e fasciati, scambi di pillole e pomate di ogni tipo, visi afflitti. Qui siamo ormai vicini a Santiago, i pellegrini veri hanno macinato centinaia di chilometri e gli effetti si vedono tutti. Un capannello di persone è curvato su una signora portoghese sdraiata su un materassino con la gamba tesa in alto . “Qui bisogna tagliare”, sentenzia un altro portoghese fissando la punta della scarpa della sventurata. Mi si gela il sangue. Vengono portate due forbicione da giardinaggio. Sono impietrita. Chiudo gli occhi. Non sento alcun grido. Quando riapro le palpebre, mi rendo conto che l’operazione chirurgica ha riguardato solo lo scarpone, ora trasformato nella parte anteriore in un sandalo. Le dita piene di vesciche della signora sono libere e la pellegrina riuscirà, questa è la speranza, ad arrivare con i suoi piedi a Santiago. Vedo anche alcuni ragazzi con quelle strane strisce di nastro adesivo sulle gambe, come l’hooligan inglese dell’altro giorno. Non resisto alla curiosità e chiedo di che si tratti. No, non è un simbolo di qualche setta esoterica, massonica o templare. Si tratta, mi spiegano, del taping, ovvero lunghi cerotti di tutti i colori che vengono appiccicati su muscoli , tendini o parti doloranti , in modo da esercitare una specie di massaggio durante il cammino. Rimango a bocca aperta.

Intanto mi sono procurata il biglietto per la barca, 19 euro, e torno in albergo. Sono emozionata. Quasi non riesco a dormire. Santiago è sempre più vicino e domani risalirò il fiume con fecero i compagni dell’apostolo con la sua salma.    

 

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