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4° puntata: da Pontevedra o Monastero di Armenteira Elisa Pinna inviata dal Cammino di Santiago

Sorpresa. Non sono più sola. A Pontevedra mi ha raggiunto mia figlia Lucia per accompagnarmi nella variante spirituale del Cammino portoghese, un sentiero ancora poco battuto che scavalla il promontorio, passa davanti a due monasteri e scende a Vilanova de Arousa, dove ci si imbarca per risalire lo stesso fiume navigato dalla salma di San Giacomo. Mi chiedo quanto Lucia sia stata spinta da ardore spirituale o piuttosto istigata da mio marito, convinto che mi sarei rotta di nuovo una caviglia al primo dislivello del cammino o sarei stata inghiottita da qualche lupo cattivo in un bosco solitario. “Hai una certa età, non hai il fisico, non è più roba per te. Mi costringi a stare in pensiero”, sono state le sue parole di viatico. Fatto sta che Lucia, accompagnata da Arielle, sua amica irlandese, è piombata con un volo low cost a controllare come se la cavasse la mamma e a farsi un paio di giorni di vacanza.

Nonostante le mie allerte sul maltempo in Galizia, le vedo abbigliate un po’ alla leggera. Lucia sembra un’escursionista da gita fuoriporta domenicale. Arielle è vestita da città (del sud Europa, non irlandese). Non dico nulla. E’ chiaro però che dovrò guidarle passo passo, accompagnarle con i miei consigli e con l’esperienza ormai accumulata nei miei chilometri di cammino. Assumo subito il comando della piccola comitiva, forte anche del fatto che mi sono dotata della mappa ufficiale della variante spirituale. Non che sia il massimo della precisione, come potrete notare dalla foto qui acclusa, tuttavia, nel consegnarmela, la gentile signora dell’Ufficio turistico di Pontevedra mi ha assicurato che sarebbe stato tutto molto facile. Basta attraversare il fiume e seguire le freccette gialle. Il primo monastero che si incontra è quello di Poio lungo la costa, dove giace la leggendaria Trahamunda, una giovane del luogo che nell’VIII secolo fu rapita dai mori, come venivano chiamati allora I musulmani, e fu portata a Cordoba. Dopo dieci anni di prigionia e di rifiuti a convertirsi all’Islam, Trahamunda invocò un giorno con tale forza l’aiuto di San Giovanni che, senza avere nemmeno il tempo di dire “Amen” si ritrovò d’incanto di nuovo nella parrocchia di Poio. Il cielo della Galizia, ho scoperto fermandomi a leggere i cartelli informativi davanti a chiese e conventi, è pieno di santi volanti. Anche il primo vescovo di Santiago di Compostela, Pedro Muniz, decollò dal Palazzo Pontificio di Roma, dove si era recato a consulto su faccende varie con il suo amico papa Innocenzo III (siamo a inizi del XIII secolo) e atterrò direttamente nel suo seggio dentro la cattedrale di San Giacomo, suscitando una certa meraviglia. Un’ altro genere di magia la fece invece l’abate del Monastero di Armeintera, la meta della prima tappa della variante spirituale, il quale si addormentò nel bosco al cinguettio degli uccellini e si risvegliò dopo trecento anni ripresentandosi come se nulla fosse al suo convento, dove già lo veneravano come Sant’Ero e dove tutti i suoi compagni erano seppelliti da secoli nell’attiguo cimitero.

Le leggende – come avrete intuito – pullulano da queste parti e sarà meglio concentrarci sul cammino. Partiamo, attraversiamo il fiume e seguiamo le freccette gialle. Un paio di vicoli in città e ci ritroviamo in un ampio sentiero nel verde. Le case terminano e appaiono fabbriche e capannoni dismessi, ombre scure e imponenti come gigantesche balene, nella nebbia atlantica che si sta alzando. La giornata mette una certa inquietudine. Lucia, appassionata di cinema, non smette di scattare foto. “Posti ottimi per un horror”, mi spiega, tutta contenta. Per riportarla nel giusto spirito del cammino, mi faccio immortalare davanti ad una scritta che indica “Santiago”, con tanto di conchiglia simbolo. Proseguiamo. Superiamo un cimitero, una chiesa, altre case. Strano che non ci sia traccia del monastero di Poio, in teoria poco più in là della periferia di Pontevedra. Fra l’altro anche l’oceano è scomparso ed il sentiero si è immesso in una superstrada. Affianchiamo due pellegrini, un ragazzo e una ragazza spagnoli, malconci per la stanchezza, che vagano come due fantasmi. Poio, Combarro?  Mai sentiti nominare. Il mare? “Ah, per quello dovete arrivare a Santiago e poi seguire i cartelli per Finisterre”. Li abbandoniamo al loro destino e alle loro idee chiaramente confuse e ci agganciamo ad una coppia di italiani che ci superano con passo svelto. Due “duri e puri”. Poio, Combarro?  “Li stiamo cercando anche noi  – risponde l’uomo – ma se non li troviamo, pazienza”, ci dice senza perdere il suo abbrivio. Per fortuna appare alla fine l’officina di un meccanico e scopriamo di essere nel ben mezzo del cammino portoghese centrale e di dover tornare indietro, in sostanza al punto di partenza, per imboccare la variante spirituale. Lucia e Arielle mi guardano con un’espressione perplessa. La mia leadership sta cominciando a vacillare.  “Ma come, ci avevi assicurato che bastava seguire le freccette” borbotta mia figlia. Già le freccette.

Per un pellegrino le frechitas, rigorosamente gialle nella direzione di Santiago e blu per chi vuole tornare indietro, sono totem sacri, che vanno rispettate come un dogma di fede, senza nemmeno tentare di metterle in discussione ricorrendo a GPS o ad altre diavolerie tecnologiche. Hanno portato alla meta milioni di viaggiatori.  Impensabile che possano tradirti.  Dipinte sui sassi, sui tronchi degli alberi, ai cippi delle strade, ti accompagnano chilometro dopo chilometro, tenendoti per mano come se fossero state disegnate dallo stesso Santiago. Questa, almeno, è la convinzione generale. In realtà qualche buco nero, nel sistema peraltro efficiente delle freccette, ogni tanto capita.

Purtroppo scarseggiano in presenza degli incroci. O meglio, scompaiono per poi ricomparire alcune decine di metri dopo l’incrocio costringendoti a imboccare ad una ad una le diverse alternative. Se hai una botta di fortuna, scopri la freccetta al primo colpo. Di solito è all’ultimo tentativo. Oppure non la trovi più, perché coperta dalle fronde di un albero o sbiadita dal sole. O è assolutamente incongrua con quello che dicono il tuo Gps e il tuo buon senso, sempre che tu abbia un buon senso e che tenga il GPS nel verso giusto e non all’incontrario.

La cosa peggiore però è trovarne troppe, ciascuna che ti indica una direzione diversa. Sì, perché una caratteristica peculiare della freccetta è di essere solo una freccetta e di non darti altri particolari, come ad esempio, per dire una banalità, quale è la prossima tappa del cammino che indica. Quando siamo tornate indietro con Lucia e Arielle, abbiamo scoperto che ad un bivio c’erano due freccette. Visto che la prima si era rivelata sbagliata, ci siamo affidate alla seconda. All’incrocio successivo c’erano quattro freccette gialle, una per ogni direzione compresa quella da cui provenivamo, considerata un raccordo con il Cammino centrale. Per cercare di metterci in salvo, visto il deserto umano in cui ci trovavamo, abbiamo scelto una strada asfaltata e alla fine è passato un furgoncino sghangherato. Ci siamo messe in mezzo alla carreggiata sbracciandoci. L’anziano guidatore ha inchiodato. Quando gli ho spiegato nel mio balbettante spagnolo che eravamo alla ricerca di Poio, ha scosso la testa, come per dire: “non ci riuscirete mai ad arrivare, lo vedo dalle vostre facce” e ci ha offerto un passaggio. Nel codice d’onore dei pellegrini, approfittare di un’auto, un taxi, un bus o un treno, equivale ad un fallimento esistenziale, a meno che non siate moribondi. Che altro potevamo fare però? Io sono salita davanti, senza troppi rimorsi, e le ragazze dietro, in piedi tra gli attrezzi. Dopo un quarto d’ora di curve, tratturi e superstrade, il nostro amico ci ha depositato davanti al Monastero di Poio, chiuso per riposo pomeridiano. Non potevamo aspettare che la Santa Trahamunda (che poi vuole dire la Santa “Dellaltromondo”) ci ricevesse e con la benedizione delle redivive freccette abbiamo raggiunto il bel villaggio di pescatori di Combarro e ci siamo inerpicate verso la vetta del monte Castrove dove si trova il Monastero di Armenteira. La salita è meno dura del previsto, il sentiero comodo e spettacolare, con scorci sull’oceano. Ad Armenteira ci sono solo tre possibilità di pernottamento: il convento, l’ostello e un albergo a cinque stelle. Escluso l’ostello, puntavo tutto sul monastero, ma le suore cistercensi, esasperate dallo scarso senso di preghiera e raccoglimento dei pellegrini di luglio e d’agosto, hanno deciso di respingere ogni richiesta via email. Non restava che l’hotel di lusso ed ho capitolato. Ora la Pousada Armeintera mi appare come un sogno. Sul GPS di Lucia mancano solo due chilometri. Il cielo si incupisce sempre di più, diventa di un nero carico di minacce e presagi nefandi. Il vento si ferma e la natura intorno ammutolisce in attesa di qualcosa di terribile. Che puntualmente avviene. Faccio appena in tempo a infilarmi cappello e mantellina. Lucia indossa la sua kway da gitante, Arielle rimane in canotta e in gonna. Temo che non si sia portata altro. Il nubifragio si scatena con una forza che non ricordo di aver mai visto in vita mia. Per fortuna niente lampi e fulmini, ma è come se qualcuno dal cielo avesse deviato le cascate del Niagara sul monte Castrove e sulle nostre teste. Se, tra le tante visioni della Galizia, fosse ricomparso Noè con la sua arca, non mi sarei stupita. Il sentiero, fino a quel momento largo e in leggera salita, si restringe e strapiomba nel bosco, trasformandosi in un torrente in piena. Le ragazze procedono. Non dico con disinvoltura, ma almeno procedono sulle loro gambe. Io per andare avanti, mi devo sedere per terra e farmi trascinare dall’acqua e dalla melma a peso morto. Le mie caviglie ululano dal dolere. Non so come, anche perché ho gli occhiali completamente appannati, arriviamo ad un incrocio con una strada asfaltata. Le freccette gialle vogliono però ributtarci nel bosco.  E qui, ritorna in me quella verve melodrammatica dell’adolescenza, che credevo di aver sepolto con la saggezza dell’età.  Mi impunto come un ciuchino sardo (abbiamo radici comuni, come avrete capito dal mio cognome) e piagnucolo: “andate avanti voi. Mettetevi in salvo. Io da qui non mi muovo”. Il qui è quel pezzo di civiltà rappresentato da una curva a gomito di asfalto bagnato, dove almeno non rischio di annegare. In un capovolgimento rapido dei ruoli, le mie discepole diventano le mie salvatrici, con buona pace di ogni dignità di pellegrina esperta. Sono Lucia e Arielle a dovermi condurre letteralmente passo per passo di nuovo nel bosco, aiutandomi a guadare il torrente e portandomi alla fine ancora tutta intera fino alla hall dell’albergo.  Nella reception è in corso un aperitivo elegante: uomini in completi scuri e donne in abiti lunghi brindano con bicchieri di bianco frizzante. Al nostro ingresso ammutoliscono, ma è solo un attimo. Qui siamo in Spagna, mica nella profonda provincia italiana dove ogni estraneo, specie se mal messo, è visto con sospetto. Il portiere, per niente intimidito dalle nostre condizioni subumane, ci propone garrulo di prenderci qualcosa da bere. Poi ci ripensa e ci consegna la chiave della nostra stanza. In tre, almeno, ammortizziamo i costi. Le ragazze vanno avanti ed io, trasformata ormai in una creatura di fango, mi trascino insieme alla mia fedele valigia verde, arrivata – beata lei –  prima del diluvio universale.

 

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