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Il miracolo del Marocco Dinamismo, avanguardia, riforme e nessuna chanche data al terrorismo

Vi invitiamo a leggere questo interessante articolo di Repubblica, dove si tratteggia un ritratto forse inedito per molti del Marocco: non tutti i paesi musulmani sono paesi di terrorismo e il Marocco è probabilmente il paese più sicuro e all’avanguardia del Nord Africa, anche se ci sono alcune cose da aggiustare. Ne riportiamo alcuni stralci.

“(…) il Marocco non è soltanto il Paese del Maghreb più sicuro: è anche il più ricco. Anche se chiamato il ‘re dei poveri’, Mohammed VI è lui stesso un imprenditore miliardario, e sono proprio le sue aziende a trainare l’economia del Paese. Ma è nella sfera famigliare che il diciottesimo sovrano della dinastia alawide s’è davvero rivelato un modernizzatore, perché monogamo e perché appena sposato ha osato svelare al mondo il viso della moglie, l’ingegnere informatico Salma Bennani, plebea di Fez. Tra i giovani marocchini, che sono più del 30 per cento della popolazione e che la stampa definisce la ‘generazione M6’, re Mohammed VI fa tendenza, anche perché se nei suoi 38 anni di regno il padre Hassan II costruì solo 80 chilometri di autostrada, lui ne ha già asfaltati più di 2000. E perché nel suo deserto sta costruendo il più grande impianto solare termodinamico del pianeta, dopo aver reso il Marocco, con i suoi 19 milioni di internauti, la nazione più connessa d’Africa. Ma può bastare la popolarità di questo sovrano dal volto carnoso e l’aria compiaciuta a spiegare il ‘miracolo’ di un Paese dove dal 2000 il Pil è raddoppiato, dove non c’è stata nessuna devastante ‘primavera araba’ e dove negli ultimi anni la polizia è riuscita a sventare ogni attacco terroristico? “Diciamo che le riforme coincidono con il suo regno, ma è come se il monarca fosse prigioniero del suo ruolo: conservatore perché ne va della sua sopravvivenza, e riformatore per necessità politica. In Marocco la monarchia si adatta alla società, ma non la trasforma”, spiega Mohamed Tozy, politologo e direttore dell’École de gouvernance et d’économie di Rabat, l’università che sforna la futura élite marocchina. Quando nel 2011 i Paesi arabi furono travolti dalle loro rivoluzioni, qui le riforme erano già state avviate da una decina d’anni. Il re e suoi consiglieri avevano avuto la chiaroveggenza di anticipare le richieste dei marocchini, e di rispondervi con una riforma della Costituzione che garantisce più libertà e più diritti, soprattutto alle donne, ma anche con l’abolizione della poligamia e dei matrimoni di chi ha meno di 18 anni (…) Dopo i 43 morti degli attentati di Casablanca del 2003, la repressione fu brutale e massiccia, con più di 3000 arresti e condanne pesantissime. Oggi, la polizia continua a smantellare cellule jihadiste, soprattutto nelle periferie povere e nel nord del Marocco, regione anticamente legata alla jihad, dove alcuni contrabbandieri e trafficanti di droga si sono convertiti al terrorismo. Nessun Paese del Nord Africa è al riparo dalla minaccia estremista, ma qui è stata finora neutralizzata dalla politica d’integrazione degli islamisti. Senza contare che i più feroci vanno a combattere con lo Stato islamico, dove la maggior parte di essi diventa carne da cannone. “Dei 1400 marocchini diventati foreign fighters, ne sono rientrati circa 200, oggi agli arresti. Confessano tutti di essere stati ingannati dal califfo, che quando non li ha mandati a morire li ha messi a sbucciare patate”, mi dice Mohammed Benhammou, presidente del Centre marocain des études stratégiques”.

Leggi l’articolo completo su Repubblica.it 

 

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