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Iran, nel tempio del silenzio

di Giuseppe Caffulli
estratto dalla rivista “TERRASANTA”, numero NOVEMBRE-DICEMBRE 2015

A Yadz, nelle regioni desertiche dell’Iran centrale, vive ancora oggi una numerosa comunità di zoroastriani. Le «torri del silenzio» erano i «luoghi alti» dove i fedeli portavano i defunti per affidarli agli elementi della natura. E per avviare le anime all’ultimo viaggio verso il cielo.

iran nel tempio del silenzio

La calura del pomeriggio rende l’aria quasi irrespirabile. Di tanto in tanto un refolo di vento porta un momentaneo beneficio, ma solleva anche una polvere finissima che si insinua ovunque. Il silenzio è quasi perfetto, rotto appena dal richiamo stridulo di qualche corvo che cerca con insistenza una preda in questa landa desolata.

Un anziano dalla faccia scavata di rughe veglia. È uno degli ultimi guardiani del luogo, membro di quella casta di necrofori (ormai in estinzione) adetta alla custodia delle torri del silenzio e al trasporto dei cadaveri. Siamo a Yazd, ad oltre 600 chilometri da Teheran, capitale dell’Iran. Fondata all’epoca della dominazione sasanide, la città conta oggi circa 230 mila abitanti. E sorge a ridosso di due deserti: a nord quello salato di Dasht-e Kavir; a sud il quello sabbioso di Dasht-e Lut.

Le torri del silenzio sono uno degli aspetti più caratteristici dell’antica religione della Persia, lo zoroastrismo. Secondo le prescrizioni della religione di Zoroastro (o Zarathustra) i cadaveri non possono contaminare gli elementi della natura. Il fuoco è sacro e quindi non può toccare i morti. Neppure la terra può accogliere nel suo grembo la salma, che putrefacendosi la contaminerebbe. Ecco perché a Yadz, come altrove, sono state innalzate queste torri, dove affidare al sole cocente, all’aria e agli uccelli rapaci i cadaveri.

Il luogo oggi non viene più utilizzato a tale scopo. Prima gli scià e poi il regime degli ayatollah hanno vietato che la comunità zoroastriana (oggi 12 mila fedeli in tutto il Paese) proseguisse in questa pratica antichissima, ma assai poco comprensibile nell’era moderna. In un campo vicino è stato allestito un piccolo cimitero dove le salme vengono di fatto incamiciate in un sudario di cemento, per impedire che finiscano – decomponendosi – per contaminare la terra.

La località prende il nome di Dakhmè-ye Zartoshti. Si possono ancora oggi visitare le cosiddette «torri del silenzio»in cima a due colline, alla quali si accede percorrendo una ripida rampa. Un muro di pietre spesse, alto quattro o cinque metri, un tempo coperto da un tettoia spiovente, circonda una piattaforma al centro della quale si spalanca un pozzo mortuario. Ai piedi di queste torri, battute incessantemente dal vento, sorgono alcuni edifici che svolgevano il ruolo di veri e propri lazzaretti. Qui venivano portati i fedeli di Zarathustra in attesa del transito finale.

L’Iran pre-islamico era un grande mosaico di culti e tradizioni. Accanto al cristianesimo, all’ebraismo e perfino al buddhismo, si praticava principalmente la religione del profeta Zarathustra. Gli imperatori persiani professavano questa religione che vede il mondo come un terreno di perenne scontro tra il principio del Bene e il principio del Male. L’uomo non appartiene però per sua natura al Bene o al Male. Egli milita e combatte nell’uno o nell’altro campo in base ad una libera scelta. Nello scegliere il bene anziché il male l’uomo è aiutato da Ahura Mazda, il dio che ha creato ogni cosa buona e la protegge, manifestatosi per bocca di Zarathustra. Quando l’uomo muore, l’anima abbandona il corpo e si presenta dopo tre giorni all’ingresso del «Ponte di Cinvat» (cioè di «colui che divide»), il passaggio che unisce le più alte vette della terra al cielo. Qui risiedono i tre giudici divini, Mithra, Sraoša e Ras¯nu. Quest’ultimo giudice tiene in mano la bilancia in cui sono scrupolosamente pesate le azioni buone e cattive del defunto; se prevalgono le buone, l’anima supererà il ponte e ascenderà alle regioni celesti di Ahura Mazda. Se invece saranno le cattive a prevalere, il ponte diverrà delle dimensioni di un filo di seta, incapace di reggere il peso dell’anima. La quale alla fine precipiterà negli abissi per patire terribili tormenti.

Facile ravvisare nella cosmogonia degli zoroastraini legami con la visione biblica di paradiso e inferno. Salvezza e condanna non saranno però eterne: avranno termine  alla fine dei tempi. Allora ci sarà una terribile cataclisma di fuoco, una sorta di giudizio universale. I corpi risusciteranno e si ricongiungeranno con le anime: le anime dei buoni non saranno toccate dalle fiamme; quelle dei cattivi saranno purificate dal fuoco. E tutto l’universo ne uscirà purificato e rinnovato.

L’idea della purità, dell’impurità e della purificazione è dominante nel culto zoroastrico. Il fuoco è il grande purificatore, il più potente dei mezzi catartici. E dev’essere preservato da ogni contatto impuro. E soprattutto bisogna tener lontano dal fuoco l’impurità dalla morte. Per questa ragione quando qualcuno muore, bisogna subito portar fuori il fuoco dal luogo in cui è custodito il morto. Questa idea d’impurità sta alla base anche dell’impossibilità di praticare la cremazione. Ma neanche l’inumazione è consentita, perché anche la terra va preservata dalle impurità della morte. L’acqua, altro elemento fondamentale dell’universo, va ugualmente preservata dalla contaminazione. Perciò non si trasportano morti quando piove, e men che meno durante la notte, il regno dei demoni impuri.

Solo di giorno, nella luce abbagliante che avvolge ogni cosa a queste latitudini, il cadavere vieniva posto in una bara di metallo e trasportato dai becchini vestiti di bianco fin sulla cima delle «torri del silenzio» (dakhma). E da lì affidato al cielo e agli elementi della natura per l’ultimo viaggio.

di Giuseppe Caffulli
estratto dalla rivista “TERRASANTA”, numero NOVEMBRE-DICEMBRE 2015

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