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Racconto dalla Terra Santa Viaggio tra luci e ombre nella terra di Gesù

“Allora, come è andata?”

Domandano incuriositi parenti, amici e colleghi a qualche giorno dal tuo rientro in Italia: incroci i loro sguardi sinceramente interessati, gli stessi sguardi che, prima della partenza, sembravano quasi volerti rimproverare per aver scelto una destinazione tanto problematica...

“La Terra Santa in questo momento? Ma non sarà pericoloso?”

Ripensi alle tante raccomandazioni ricevute e, sorridendo amaramente, vorresti dire loro che la Terra Santa non è solo conflitto tra israeliani e palestinesi, accoltellamenti, check-point e minacce di attacchi terroristici, ma più cerchi di riordinare i pensieri confusi che ti passano per la testa, più ti rendi conto che la Terra Santa non si racconta in poche parole. E’ un insieme di profonde interconnessioni tra culture, lingue, religioni, paesaggi e sapori che, pur nella diversità, dipendono inesorabilmente gli uni dagli altri, quasi a creare un mosaico perfetto di luci ed ombre.

Ogni cosa in Terra Santa parla di se e del suo opposto, a cominciare dalla natura: il Deserto del Negev ne è un esempio perfetto. Fa uno strano effetto rendersi conto che quella “Terra Promessa” di cui abbiamo sentito parlare così tante volte sia, in realtà, una regione montuosa, all’apparenza arida e, almeno a prima vista, decisamente poco ospitale… “Ma come?! La fuga dall’ Egitto al seguito di Mosè, anni di stenti e privazioni per arrivare ad una terra fatta di rocce, arbusti e sterpaglie?”. Le ombre dei canyon del Negev, però, servono solo per raccontare di una luce ben più grande, quella del sole che si staglia sui profili delle montagne e lascia intravedere oasi rigogliose, ricche di acqua e di vita come quella di Ein Gedi, poco lontano dal Mar Morto.

Con stupore, cominci a renderti conto che è proprio l’ombra a rendere più bella la luce, come se questa avesse bisogno di misurarsi col buio per apparire in tutto il suo splendore.

Poco più a Nord, anche Betlemme, con la vergogna del suo muro ed il sorriso dei suoi bambini, sembra essere un ulteriore emblema di questa onnipresente danza degli opposti. Situata a pochi km da Gerusalemme, questa città trascorre i suoi giorni all’ombra di un muro che grida silenziosamente al mondo tutta la sua assurdità e la rende, di fatto, un’enorme prigione sotto le stelle. Guardandola dai finestrini dell’autobus in corsa, ti ritrovi perso in un continuo susseguirsi di “perché”, ma mentre cerchi invano di trovare almeno qualche risposta, il sorriso di Suor Maria, la serenità di Suor Gemma e lo spirito “indomito” di Padre Raed ti fanno capire che la battaglia per la pace non è una guerra persa: la loro infaticabile opera quotidiana (sconosciuta, perché vergognosamente taciuta dai mass-media) è la luce che non teme lo squallido grigiore di una ridicola linea difensiva…”Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”, le parole di Gesù non sono mai sembrate tanto chiare…

Il tragitto che ci porta da Betlemme a Gerusalemme dura solo pochi minuti: una manciata di km ed ecco profilarsi le mura maestose ed eleganti della città vecchia. Ti senti emozionato (quante volte ne hai sentito parlare!) ed affascinato al tempo stesso; Gerusalemme, fulcro mondiale della spiritualità monoteista, ci accoglie con i suoi giovanissimi soldati sorridenti: il precario equilibrio tra luci ed ombre continua ad essere decisamente il nostro fedele compagno di viaggio. Gerusalemme, del resto, è un complesso dedalo di quartieri, appartenenti ciascuno a comunità molto diverse le une dalle altre, che qui, nonostante tutto, sembrano aver trovato un equilibrio di convivenza tanto fragile quanto sorprendente. Ti senti, al tempo stesso, disorientato e stupito. Disorientato perché, spesso, è difficile trovare un po’ di raccoglimento in mezzo ad una vera Babele di fedeli ed è faticoso liberare l’animo al silenzio in una tale moltitudine di altri fratelli (ortodossi, armeni…). Profondamente stupito, perché, senza volerlo, ti ritrovi a contemplare tutte le luci e le ombre di un rapporto certamente complesso, ma che rappresenta, nonostante tutti i suoi limiti, uno straordinario esperimento se non di pace, almeno di tolleranza.

Lasciamo Gerusalemme e ci spostiamo a Nord, verso la Galilea; ad un check-point salgono sull’autobus due giovani soldati: il loro è un semplice controllo di routine. Ci osservano e passano tra noi armati di mitra, poi sorridono e ci augurano un felice anno nuovo… ancora luci ed ombre, ogni cosa e il suo contrario…

E’ solo sul Monte delle Beatitudini, però, dove riecheggiano ancora oggi le parole umanamente controverse di Gesù, che mi arrendo all’evidenza: l’eterna danza degli opposti appartiene al DNA più intimo di questa terra, non si può che prenderne atto.

Una terra che, sin dalle sue origini, è stata costretta a pagare alla storia un conto salato per la pace. Qui sono passati gli Egizi, gli Assiri, i Babilonesi, i Romani, i Turchi Ottomani, i Crociati, gli Arabi e gli Inglesi; da qui gli Ebrei sono stati costretti a fuggire, prima di vedersi riconoscere il diritto di ritornare diversi secoli più tardi e sempre qui i Palestinesi si sono visti imporre un’assurda spartizione delle proprie terre all’indomani di un conflitto mondiale, che avrebbe cambiato per sempre i loro destini…

Difficile distinguere in maniera sempre netta vittima e carnefice: secoli di soprusi, violenze e rancori non aiutano certamente il processo di pace, ma proprio quando i tuoi pensieri sembrano perdersi nelle tenebre della rassegnazione, la Terra Santa arriva a riscaldarti con la sua fiamma inesauribile di speranza. La stessa speranza che brilla negli occhi di chi, ogni giorno, combatte per realizzare un campo da calcio aperto a tutti i bimbi di Gerusalemme, di chi si affida alla Provvidenza del Padre per sfamare tante piccole bocche sorridenti a Betlemme e di chi semplicemente non si arrende davanti ai muri della vergogna e si adopera, anima e corpo, per costruire ponti e non barriere.

“Allora, come è andata?”

Mi rendo improvvisamente conto di non aver ancora risposto, ma ora credo di aver trovato in me le parole giuste: non limitatevi ai messaggi dei mass-media, ma abbiate il coraggio di guardare negli occhi il buio che si intravede oltre la siepe. Spalancate le porte del cuore alla Terra Santa. Accogliete le sue luci e le sue ombre. Riscoprite in lei la stessa danza degli opposti che abita nell’animo di ogni uomo senza paura, perché, se non ci fossero le tenebre, forse il sole non sembrerebbe tanto bello!

Gruppo pellegrini di Don Angelo Nigro, pellegrinaggio 27/12/15-03/01/2016 

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