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Dialogo ecumenico e interreligioso in Turchia: la Fraternità Internazionale

Settembre 1219, Damietta, Egitto… ottobre 2015, Istanbul, Turchia: cosa accomuna questi due eventi così lontani nello spazio e nel tempo?

Non molto, in effetti, o forse semplicemente tutto ciò che è essenziale per una buona convivenza umana e pacifica.

A Damietta Francesco e il sultano Malek al-Kamel si incontrano e si donano reciprocamente un abbraccio di cortesia e di rispetto, accogliendo la diversità e gustando ciò che li unisce, ovvero l’amore di Dio.

A Istanbul i frati minori della “Fraternità Internazionale Santa Maria Draperis” aprono le porte del loro convento per un “corso di formazione permanente sul dialogo ecumenico e interreligioso” testimoniando soprattutto con la presenza, la vita e l’ospitalità lo spirito del serafico fondatore, aperto all’incontro e assetato del Dio che si manifesta nell’altro.

Dal 14 al 29 ottobre, infatti, frati, suore e alcuni laici, in un clima di fraterna convivenza, hanno potuto fare esperienza di un cammino di ricerca che è prima di tutto interiore, quindi relazionale, e solo alla fine intellettuale.

Come ha infatti ben evidenziato in un suo contributo fr. Gwenolè Jeusset, uno dei frati che ha aperto dodici anni fa questa fraternità internazionale e che tra pochi giorni, all’età di ottanta anni, tornerà in Francia lasciando in eredità un esempio di vita spesa per l’unità e la concordia oltre a pubblicazioni e studi, si deve parlare di incontro e non semplicemente di dialogo, dal momento che il secondo è solo uno dei molteplici aspetti che caratterizzano il primo.

Incontrare significa, infatti, prima di tutto mettersi in discussione, quindi muoversi per incamminarsi verso l’altro e, una volta raggiunto ed essersi lasciati raggiungere, iniziare un dialogo che non è fatto semplicemente di parole e di concetti teologici e culturali, ma di attenzioni, di ascolto e di benevolenza previa.

Le visite nella città e l’escursione alle sette chiese dell’Apocalisse, le diverse conferenze tenute da relatori assai preparati sull’Islam e le svariate testimonianze di rappresentanti delle varie chiese cristiane presenti in Turchia oltre che del segretario del Gran Rabbinato sefardita, ci hanno aiutato a entrare un poco nella complessità del tessuto sociale e religioso di questa terra e, soprattutto, a liberarci dalle pretese e attese puramente intellettuali, ricordandoci come la conoscenza può essere veramente cristiana solo se capace di rinnovare il cuore in vista di una vita spesa ad amare il “fratello che si vede” e, attraverso di lui, il “Dio che non si vede”.

L’incontro con il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, capace di pregare con papa Francesco affinché un giorno si realizzi la comunione “nell’unico calice”, la partecipazione alla preghiera della comunità alevita, un gruppo di derivazione sciita duodecimana, che in Turchia conta almeno dodici milioni di fedeli, la preghiera con i fratelli protestanti nella cappella della fraternità sono stati solo alcuni dei momenti più intensi del corso che si è concluso con una preghiera interreligiosa “secondo lo spirito di Assisi” con una comunità di dervisci, sufi discepoli di Rumi, mistico contemporaneo di Francesco.

Proprio con i dervisci i frati stanno cercando di realizzare quel sogno di unità che sta nel cuore di Dio fin dalla creazione del mondo, ovvero una comunione di spiriti nella consapevolezza e nell’attaccamento alla propria diversità: la preghiera fatta insieme sulla tomba di Rumi a Konya e su quella di Francesco ad Assisi è un seme di speranza, di fede e di carità capace di fare frutti e di realizzare il kairòs dell’amore di Dio.

Un grazie, dunque, ai frati di questa fraternità per la loro testimonianza e per il servizio reso all’Ordine e alla Chiesa intera, di cui questo corso è solo uno, seppur preziosissimo e caratterizzante, dei modi con cui esso si realizza.

Luca Bombelli

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