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«Noi cristiani, piccola minoranza fra estremismi» La prova dell’unità

Il quotidiano Eco di Bergamo, nell’edizione di venerdì 13 febbraio 2015, ha pubblicato un interessante reportage sulla Terra Santa e sul recente pellegrinaggio a Gerusalemme (26-29 gennaio 2015), riservato ai giornalisti e organizzato da FrateSole e Edizioni Terra Santa, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

di ANDREA VALESINI (Eco di Bergamo – venerdì, 13 febbraio 2015)

Viaggio fra le 13 Chiese cristiane di Terra Santa
Betlemme accerchiata dal Muro e dalle colonie
Le sirene dello Stato islamico, il no dei palestinesi

Qui non troverete risposta alla domanda «chi sono i buoni e chi i cattivi?». Il manicheismo e la partigianeria di tanta opinione pubblica occidentale nel leggere il tumulto mediorientale ostruiscono la visuale sulla realtà. Che in questa terra è particolarmente ricca di sfumature e diversità. Anche la presenza cristiana risponde a questi canoni. Per incontrarla e conoscerla, le «Edizioni Terra Santa» della Custodia francescana (con il supporto di «FrateSole viaggeria francescana») hanno promosso un itinerario fra le 13 Chiese presenti a Gerusalemme, in occasione della settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani.

Il viaggio non poteva che partire da Betlemme, dove tutto ebbe inizio. «Il cristianesimo non è nato a Roma» è la battuta fulminante di Mitri Raheb, pastore della Chiesa luterana, che qui ha 3 mila fedeli. Quindi snocciola i dati proprio della sempre più ridotta presenza cristiana in Terra Santa: in Israele i seguaci di Gesù sono 120 mila (su 8 milioni di abitanti), nei Territori palestinesi 48 mila (su 3 milioni) dei quali 1.212 nella Striscia di Gaza.

Meno del 2% della popolazione complessiva: ormai ci sono più cristiani palestinesi in America Latina (sono infatti mezzo milione) che nella Palestina storica. Fino alla conquista araba nel 638 la Terra Santa era tutta cristiana. E fino al 1948, anno della nascita d’Israele, la minoranza rappresentava ancora l’8% della popolazione. Le motivazioni per andarsene sono varie: il 32,6% lo ha fatto in seguito alla perdita della libertà e della sicurezza, il 26,4 per ragioni economiche, il 19,7 per l’instabilità politica, lo 0,8 per l’estremismo religioso e il 2 in seguito alla nascita del Muro. E proprio il Muro (o barriera di protezione, nella definizione israeliana) circonda Betlemme per tre quarti, chiusa anche dalla continua espansione degli insediamenti ebraici (19 negli ultimi 40 anni, con 86 mila abitanti) in barba al diritto internazionale e dalla confisca di terre per imperscrutabili «ragioni militari».

Fatto sta che il 66% del territorio di Betlemme non è sotto il controllo della città. «E se una città non si può espandere commenta ancora il reverendo Raheb è destinata a morire. Non c’è niente di divino in quello che sta accadendo. Oggi la domanda è: possiamo sopravvivere?». Padre Raheb è tra i firmatari del documento rivolto al mondo nel 2009, «Kairòs Palestina. Un monumento di verità», dalle comunità cristiane di Terra Santa, nato dalla sofferenza ma anche dalla volontà di non soccombere alla violenza e alla rassegnazione. Dice Charlie Abusada, rappresentante a Betlemme dei melchiti cattolici (è la seconda Chiesa cristiana in Terra Santa per numero di fedeli, circa 60 mila, dopo la greco-ortodossa; è legata a Roma ma segue il rito bizantino): «Di recente ho chiesto a un gruppo di giovani perché restano qui e non emigrano: mi hanno risposto che questa è la nostra casa. Ma certo non è facile. Ho una figlia di 13 anni che vede il mondo dalla tv: ha voglia di vivere e di viaggiare. Per noi genitori è una sofferenza non poterle dare risposte. Io ho la carta d’identità israeliana, mia moglie palestinese: come famiglia non possiamo nemmeno andare a Gerusalemme, siamo come in una gabbia. Voi occidentali pensate di risolvere la questione israelo-palestinese dal vostro punto di vista e non da quello mediorientale, non avete pazienza nel trattare i nostri problemi. Dovreste conoscere di più la realtà, non avere pregiudizi e ascoltare tutti. Abbiamo bisogno di voi, non solo delle preghiere ma che raccontiate la nostra pena quotidiana, le nostre sofferenze. Noi qui parliamo di pace, giustizia e perdono ma nessuno ci ascolta, sta prevalendo il linguaggio dell’odio e dell’orrore, avanzano i fondamentalismi».

Nelle piazze palestinesi e in particolare a Ramallah, durante le proteste contro le vignette su Maometto del settimanale francese «Charlie Hebdo», si sono viste anche le bandiere nere dello Stato islamico, fatte in casa, perché «un estremismo più forte di quello di Hamas sta facendo presa, è un’ideologia, una filosofia che rischia di diffondersi», osserva Abusada. In Israele ci sarebbero 300 persone legate al Califfato. E per dire ancora delle contraddizioni di questa terra: negli ospedali del Nord d’Israele vengono curati miliziani dello Stato islamico feriti in Siria. Il rappresentante a Betlemme dei melchiti cattolici solleva poi un’altra questione: nei Territori palestinesi un terzo dell’assistenza sociale è opera delle Chiese, a fronte di una comunità cristiana che rappresenta l’1,6% della popolazione.

«Il rischio è che queste attività ci distolgano da altre priorità, come la ricerca dell’unità fra cristiani: il dialogo è cresciuto ma c’è ancora tanta strada da fare». Con questa lettura concorda anche monsignor William Shomali, vescovo ausiliare e cancelliere del Patrircato latino di Gerusalemme. Che ricorda come nel 1852 l’impero ottomano per sedare le liti fra le Chiese dovette introdurre il regolamento dello «statu quo», che ancora oggi regola i diritti di proprietà e di accesso delle comunità cristiane all’interno del Santo Sepolcro e della Tomba di Maria a Gerusalemme e della Basilica della Natività a Betlemme. Il vescovo ricorda le divisioni anche nel mondo ebraico, un arco che va dai liberali agli ultraortodossi che non riconoscono lo Stato d’Israele perché opera dell’uomo e non di Dio, quando verrà sulla terra. Riguardo ai numeri della presenza cristiana, monsignor Shomali vede il bicchiere mezzo pieno: «In percentuale siamo in forte calo, ma numericamente no: in Terra Santa e Giordania siamo in 400 mila, più di quando eravamo il 10%. Il Signore non permetterà mai la sparizione da queste terre».

Il vescovo allarga poi lo sguardo al dialogo interreligioso («esiste, ma resta teorico e non arriva al popolo: va fatto nei quartieri, nei luoghi di lavoro, per strada») e ricorda il ruolo che hanno le 100 scuole cattoliche di Terra Santa: «Anche i musulmani le scelgono per i loro figli: la metà degli iscritti sono islamici. Rappresentano un luogo di confronto». Il 70% degli iscritti all’Università cattolica di Betlemme sono musulmani, 5 ministri (2 sono cristiani) sui 22 del governo dell’Autorità palestinese hanno studiato nelle scuole cattoliche. I rapporti fra la minoranza cristiana e l’Autorità sono sempre stati buoni. «Fu Yasser Arafat a dare il permesso per costruire la nostra chiesa qui a Nablus», ricorda il monaco greco-ortodosso Giustino, che l’ha disegnata e affrescata in 15 anni di lavoro. L’edificio sorge sulla precedente cappella creata ai tempi delle Crociate e che custodisce il pozzo di Giacobbe, dove si abbeverava la Samaritana. È un luogo venerato (e conteso) anche dagli ebrei. Il 29 novembre 1979 il monaco Philomenos venne ucciso a colpi d’accetta da un fondamentalista ebreo. La cappella è stata anche colpita da granate. Il monaco artista oggi è l’unico cristiano in un quartiere di 63 mila musulmani: una vera testimonianza di amore a Cristo.

Di testimoni è ricca la Terra Santa. Un mondo che i media occidentali non raccontano nella sua complessità. Anche per sopperire a questo deficit è nato nel 2008 il «Christian media center» della Custodia di Terra Santa. Produce un notiziario settimanale (in arabo, francese, inglese, italiano, portoghese e spagnolo), documentari e servizi di corrispondenza. Ha contratti di collaborazione con 40 tv in 4 continenti (non c’è l’Africa), fra cui la libanese Tele Lumiere, che grazie al satellitare è vista anche dalle comunità della diaspora siriana e irachena. «Vogliamo trasmettere al mondo dalla Terra Santa non solo immagini di guerra» dice Ada Serra, giornalista italiana nella redazione composta anche da brasiliani e arabi cristiani. Non solo immagini di guerra. In questo grande mosaico c’è spazio anche per la comunità Wahat al-Salam-NeveShalom. È qui che si conclude il viaggio nella complessità di questo angolo di Medio Oriente. Fondata nel 1972 vicino al monastero di Latrun dal padre domenicano Bruno Hussar, ebreo cristiano, la comunità è formata da sessanta famiglie ebree, cristiane e musulmane. Ed è in espansione. Una piccola testimonianza di convivenza possibile, in questo mare di divisioni e paure.

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