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Uzbekistan oggi: un articolo di Elisa Pinna

La via della Seta: basta pronunciare queste parole per evocare paesaggi sconfinati, imperi del deserto e secoli di storia e incontri tra popoli, culture e fedi diverse. Nell’Uzbekistan post-comunista di oggi, una nazione laica anche se, sulla carta, a maggioranza musulmana, è possibile ritrovare uno dei tratti più ricchi di fascino e di memorie di quel percorso di mercanti, mistici, scienziati, ambasciatori che unì fino al XVIII secolo gli imperi cinesi al Medio Oriente e al Mediterraneo.

A cominciare da Samarcanda, il mitico crocevia tra Cina, Persia, e India, una città cosmopolita già nel 329 avanti Cristo, quando Alessandro il Grande la conquistò, rimanendo stupefatto dalla sua bellezza e dalle sue ricchezze. Dal VII al XII secolo dopo Cristo, Samarcanda fu la capitale della Via della Seta, fin quando le orde mongole di Gengis Khan non la rasero al suolo. La seconda vita della città ricominciò con il Tamerlano (Timur), che la ricostruì nel 1327 senza badare a spese, più splendida di prima e ne fece il centro del suo impero. A quell’ epoca risale il Registan, la piazza di sabbia in uzbeko, con le tre più belle e antiche madrasse di tutta l’Asia Centrale, che si fronteggiano in una geometria perfetta e in un tripudio di maioliche azzurre, colonne a spirale, cupole e minareti che svettano verso il cielo, cortili alberati. Un luogo dove perdersi per ore, lasciandosi sopraffare dalla luce delle giornate di sole come dalla magia della notte.

Nonostante i traumi delle conquiste mongole e capitoli bui, Samarcanda, come tutto l’Uzbekistan, conserva il ricordo di una tolleranza religiosa e di un dialogo e un interscambio tra le fedi, che viaggiarono per tanti secoli insieme ai commerci della Via della Seta. Non a caso il Tamerlano, nonostante le barbarie compiute nei confronti di altre popolazioni, volle portare nella sua capitale la tomba del profeta Daniele, risalente al quinto secolo avanti Cristo che si trovava a Susa, in Persia. Ancora oggi l’antico sepolcro, lungo 18 metri e protetto da una struttura a cinque cupole, è meta di pellegrinaggio per musulmani, ebrei e cristiani. Poco lontano, su una collina che sovrasta la città, nel sentiero delle tombe, dove si succedono mausolei di epoca timuride che rappresentano capolavori dell’arte islamica, si trova il sepolcro del ‘Re Vivente’, ovvero di Qusna, il cugino del profeta Maometto, che portò la fede musulmana in Centro Asia.

Comodi collegamenti in treno o in aereo connettono Samarcanda alle altre città della Via della Seta: ovvero Bukhara la ‘santa’, con il suo dedalo di viuzze e bazar e le sue decine di madrasse e moschee, alcune risalenti a mille anni fa, che ne fecero dal ‘700 la degna capitale del regno (o khanato) uzbeko, prima dell’invasione russa; o Khiva, la magnifica e intatta cittadella circondata da possenti mura di fango, il cui nome rievoca le crudeltà del più grande mercato degli schiavi dell’Asia centrale.

Può valere però la pena di percorrere qualche tratto in macchina sulle orme degli antichi viaggiatori, tra deserti e steppe dove capita di scorgere i resti di millenari caravanserragli o greggi di pecore che pasciono, come ai tempi di Marco Polo, nel nulla, o pastori e donne in abiti di altri tempi. Per il resto, solitudine e silenzio. Anche a Bukhara, non mancano i segni i di convivenza religiosa: il pozzo scoperto –secondo la leggenda – dal profeta Giobbe, dove una fila continua di uzbeki riempie secchi di acqua considerata santa , e la presenza ininterrotta da più di un millennio di una comunità di ebrei.

I cristiani arrivarono in queste terre molti secoli prima dei musulmani e se i papi Onorio IV e Niccolò IV fossero riusciti nel loro intento di convertire alla Chiesa di Roma i discendenti di Gengis Khan, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Scelsero invece alla fine l’Islam, anche se inizialmente uno di loro aveva optato per il cattolicesimo. Nei secoli, nonostante le persecuzioni, i cristiani sono però rimasti ed oggi vi sono cinque parrocchie cattoliche gestite dai francescani, oltre ad una presenza più numerosa degli ortodossi.

Certo settanta anni di comunismo si fanno ancora sentire, ma la naturale tolleranza degli uzbeki e il fascino di luoghi che appartengono alla storia e all’identità del mondo invitano a visitare una meta turisticamente ancora poco conosciuta. E “non è poi così lontana Samarcanda”, come recita una famosa canzone di Roberto Vecchioni.

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